Gravina, Pappalardi agli arresti domiciliari

Secondo il gip: "I bimbi stavano scappando da lui per evitare punizioni". E' accusato di abbandono di minore. Ieri l'uomo ha lasciato il carcere di Velletri

Bari - Alle tre del pomeriggio Filippo Pappalardi esce dal portone del carcere di Velletri, si copre il volto rigato dalle lacrime con un fazzoletto, si infila sul sedile posteriore di un’Audi blu e comincia il suo viaggio di ritorno verso Gravina in Puglia «senza scorta e senza ritardo», come ha disposto il giudice. La decisione del gip del Tribunale di Bari, Giulia Romanazzi, affiora alle 10.30 da un palazzo di giustizia blindato, dopo sette lunghi giorni di attesa scanditi da dubbi e ipotesi e polemiche: il padre va scarcerato, ma rimane ai domiciliari. Secondo il magistrato, Pappalardi non ha ucciso, ma la sera della scomparsa, il cinque giugno del 2006, ha cercato e trovato i figli: li ha inseguiti, ha tentato inutilmente di fermarli ma non ha dato subito l’allarme per non compromettere la sua immagine e non rischiare di perdere l’affidamento. E così, cadono le accuse di duplice omicidio e occultamento di cadavere. Nei confronti del padre viene invece ipotizzato il reato di «abbandono di minori seguito da morte»: pur avendo incontrato i ragazzini, «ha omesso di fare intervenire – scrive il gip – persone idonee ad evitare lo stato di pericolo dei due fanciulli».

I corpi di Ciccio e Tore sono stati scoperti nel pomeriggio del 25 febbraio, quando i vigili del fuoco sono intervenuti per soccorrere Michele, un ragazzino di dodici anni sprofondato nel pozzo degli orrori mentre giocava con gli amici. I fratellini erano là sotto, a una decina di metri uno dall’altro: Ciccio è caduto per errore, si fratturato una vertebra, una gamba e il bacino, è morto dopo tre ore per le gravi lesioni riportate; Tore ha tentato di aiutarlo, si è calato da un’altezza inferiore, si è spento nel sonno, stroncato da freddo e fame, al termine di un’agonia di almeno dodici ore. Li avevano cercati dappertutto, avevano battuto palmo a palmo le campagne della zona, avevano ispezionato i dirupi che sprofondano per decine di metri nelle fragili colline della Murgia: e invece i fratellini erano nella cisterna di un’antica residenza nobiliare nel centro del paese, «la casa delle cento stanze», a cinque minuti dal commissariato di polizia e a pochi passi da palazzo di città.

L’avvocato di Pappalardi, Angela Aliani, ha presentato istanza di scarcerazione, la Procura ha dato parere negativo sostenendo che contro il padre c’è un «macigno accusatorio», una ricostruzione basata sulla testimonianza di un quattordicenne che la sera della scomparsa lo vide insieme ai figli. Lo scenario tratteggiato dal gip è diverso. Secondo il giudice, il baby-testimone evidentemente è attendibile, ma «i bambini, verosimilmente per sottrarsi alla consueta aggressività paterna – scrive il magistrato nel provvedimento – e ad una prevedibile consequenziale punizione, avrebbero istintivamente preferito la fuga». Il padre ha pensato a una ragazzata, e solo col passare dei giorni – prosegue il giudice – quando «aveva cominciato a prendere corpo e spessore l’ipotesi di un accadimento ben più serio, il Pappalardi si era adoperato ormai tardivamente, per fornire proficui spunti investigativi non attribuendosene comunque mai la paternità della conoscenza». Il magistrato ha respinto la richiesta di ritorno in libertà e ha disposto gli arresti domiciliari perché ritiene che sussista il pericolo di inquinamento delle prove. «Pappalardi – dichiara – ha una personalità negativa dal punto di vista giurisdizionale, riprovevole sotto il profilo umano».

Il padre dei fratellini è tornato a Gravina in Puglia ieri sera. Dinanzi alla porta di casa, in via Casale, lo hanno atteso decine di persone. Dalla folla è partito un applauso, lui ha attraversato il cordone di polizia e carabinieri ed è entrato rapidamente. «Abbiamo sempre detto la verità, l’importante è che Filippo sia qui», dice la sua compagna, Maria Ricupero. Che aggiunge: «Non ho mai avuti dubbi, è innocente».