La grazia a Sofri ancora un rebus per le istituzioni

Tra le vicende legate al dopo elezioni - e alla designazione del nuovo presidente della Repubblica, che potrebbe anche essere il vecchio - ce n’è una di modesto impatto politico, ma di notevole impatto mediatico: il caso Sofri. Sulla grazia da concedere - o non concedere - a questo condannato eccellente, il presidente Ciampi e il guardasigilli Castelli hanno preso posizioni opposte: favorevole alla grazia il capo dello Stato, contrario il ministro.
Al contrasto di merito s’è aggiunto un contrasto di forma. Ciampi riteneva che il potere di grazia appartenesse in esclusiva a lui, in quanto presidente, e che la controfirma ministeriale fosse soltanto un riconoscimento notarile - doveroso e non rifiutabile - di validità. Castelli è dell’avviso che la grazia sia, come dicono i tecnici, un atto «duale», e che l’avallo del ministro abbia valore sostanziale. Se non è d’accordo, la grazia si blocca.
Il Quirinale, vista l’irremovibilità di Castelli, ha deciso di ricorrere per risolvere questo «conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato», alla Corte costituzionale: che al riguardo terrà udienza pubblica il 2 maggio, e farà conoscere la sua decisione qualche settimana dopo. Ossia quando alcuni tra gli attori della recita costituzional-giudiziaria saranno usciti di scena. Sarà diventato «presidente emerito» - salva l’eventualità d’una riconferma - Carlo Azeglio Ciampi; Castelli non guarderà più i sigilli della giustizia; Berlusconi - che la grazia a Sofri l’avrebbe voluta concedere, ma non poteva imporre la sua linea al ministro leghista - rivestirà i panni di capo dell’opposizione e non più quelli di premier.
S’è corso il rischio che mancasse - nel più tragico dei modi - anche il protagonista assoluto di questa storia italiana, Adriano Sofri: sottratto alla morte - dopo una lacerazione all’esofago - da un difficile intervento chirurgico.
Nell’attesa che la Consulta renda nota la sua sentenza, è di grandissima utilità un libro di Paolo Armaroli (editore Rubbettino) che ha per titolo «Grazia a Sofri?» e per sottotitolo «Un intrigo costituzionale». Armaroli, professore di Diritto pubblico comparato nell’Università di Genova, è un addetto ai lavori. Appartiene cioè alla dotta congregazione degli spaccatori del capello in quattro.
Ma è anche - i nostri lettori lo sanno per esperienza diretta - un divulgatore brillante dei rompicapo sui quali si arrovellano politici e accademici. Armaroli s’inoltra nel thriller Sofri con la spigliata disinvoltura d’un detective che sa il fatto suo. Espone con imparzialità tutti i dati di fatto, lasciando tuttavia capire che la sua preferenza va all’atto «duale»: ossia al valore sostanziale della controfirma ministeriale per la grazia.
In queste pagine è ripercorso un «intrigo» di straordinaria complessità. Sofri è stato condannato come mandante dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, ma nega d’essere colpevole, e orgogliosamente rifiuta di invocare clemenza. Ad essa si deve dunque arrivare - in assenza d’ogni pentimento - per iniziativa autonoma del Quirinale, o del ministero della Giustizia, o di entrambi.
In appoggio a Sofri ha agito ed agisce una lobby trasversale molto forte e molto prestigiosa. La questione non riguarda ormai in concreto la prigionia di Sofri - detenuto che più libero non potrebbe essere nei movimenti e più coccolato nei salotti, con inviti ufficiali al Palio di Siena - riguarda un principio.
I tifosi di Sofri pretendono la grazia - e su questo pochi muovono obiezioni - ma le danno, implicitamente o esplicitamente, il valore d’una nuova sentenza che sconfessi i pronunciamenti dei giudici e attesti l’innocenza del condannato (e perseguitato). Questo è il punto. E non potrà chiarirlo, nelle sue implicazioni più profonde, neppure la decisione della Corte costituzionale.