Grazie all’iPod la Cina ha riscoperto se stessa

L’industria tecnologica americana Apple ha risolto molti dei suoi problemi finanziari grazie all’invenzione dell’iPod, un piccolo marchingegno di grandissimo successo. Si tratta di uno strumento simile a un registratore; viene fermato a un braccio e fissato alla cintola e consente l’ascolto, anche senza l’auricolare, della musica registrata. Si scaricano le canzoni da Internet e si versano direttamente nell’iPod che ne può contenere migliaia. Facile intuire che questo aggeggio vada per la maggiore tra i giovani, ma è molto apprezzato anche dagli sportivi mentre corrono per tenersi in allenamento o perdere qualche chilo di troppo, dagli impiegati nei mezzi pubblici che li portano al lavoro e dalle donne durante i lavori domestici.
L’iPod è sbarcato anche in Cina ed ha avuto una diffusione strepitosa. Naturalmente se ne fanno copie per poterli vendere a prezzi accessibili, ma questo, almeno per noi, è irrilevante, mentre è da sottolineare che ormai sono in pochi a non possederlo, come ci racconta il noto giornalista Thomas L. Friedman del New York Times, autore di un recentissimo best seller.
Soprattutto è interessante l’uso che dell’iPod stanno facendo i cinesi: verrebbe da pensare che sia soltanto uno strumento per vivacizzare le loro grigie e malinconiche giornate, e certamente sarà anche questo il motivo del suo successo, ma è secondario. L’iPod sta assumendo un importante significato culturale. Le canzoni, infatti, che vengono registrate non sono le solite che hanno invaso il mercato e ormai si vendono in tutti i negozi di musica: canzoni ovviamente americane. I ragazzi in particolare, ma non solo loro, vanno a cercarsi su Internet vecchie musiche, vecchi canti cinesi, alcuni scomparsi sotto le onde della rivoluzione maoista, altri che proprio in quell’epoca erano stati scritti e che il nuovo corso politico ed economico post maoista non aveva più fatto circolare. Attraverso Internet, giovani e non più giovani si scambiano le canzoni da riversare nell’iPod che consente a questo punto di formare una vera e propria compilation della tradizione canora cinese.
Il primo risultato è la caduta verticale dell’acquisto, ma anche del semplice ascolto, della musica americana. Il secondo è la riscoperta di una tradizione che sembrava perduta per sempre, perduta perché la globalizzazione economica accompagnata a quella della comunicazione, faceva supporre il dominio di un mercato musicale che nulla avrebbe avuto a che fare con quello della cultura cinese.
L’idea che la globalizzazione annienti le identità, ormai è diventata un luogo comune, analogamente al fatto che la tecnologia sia il mezzo che, per eccellenza, è in grado di superare e abbattere i confini culturali dei popoli della Terra. I giovani cinesi, che scaricano da Internet le vecchie canzoni delle loro tradizioni, che le registrano sull’iPod e le ascoltano rimandando al mittente quelle americane che finora rimbombavano nelle loro orecchie, sono la testimonianza vivente che l’industria culturale di massa non segue necessariamente le strade della globalizzazione. Ma sono anche la dimostrazione che la tecnologia, sia pure la più sofisticata, come quel marchingegno, può essere uno strumento utilizzato proprio per fronteggiare la globalizzazione.
Il fenomeno è importante per chi ritiene che la permanenza delle identità e delle tradizioni sia necessaria per non perdere il rapporto con il significato della propria storia individuale e di popolo. Alla base, però, ci deve essere un minimo di presenza e di diffusione della cultura nazionale. Quei cinesi che ritrovano l’amore per le proprie canzoni hanno conservato almeno un barlume della loro storia culturale. Oggi ne sono curiosi, ne sono affascinati, comunque si sentono vicini ad essa, e attraverso strade personali, facilitate dalla tecnologia, le recuperano a livello di massa.
La cultura dominata e spesso devastata dalla globalizzazione percorre, talvolta, strade imprevedibili, al di fuori degli schemi della massificazione mondiale, facendo ritrovare motivi originari di tradizioni che si supponevano estinte. E questo grazie alle stesse tecnologie generalmente utilizzate dal mercato e dalla comunicazione di massa. È prevedibile che una nota di ottimismo si diffonda in chi si senta frastornato dall’idea di non avere più un’entità culturale e si senta costretto a vivere nel baccano di Halloween anziché nel silenzio per ricordare il giorno dei defunti.