Graziosi: i «Sei personaggi» sono una commedia attuale

Al Teatro Carcano va in scena da oggi il capolavoro di Pirandello con la rilettura registica di Carlo Cecchi

Matteo Failla

In tutti questi decenni di rappresentazione di un classico come Sei personaggi in cerca d’autore sono sempre state differenti le ragioni che hanno spinto un regista o una Compagnia a mettere in scena il testo pirandelliano: qualcuno ha ceduto al bisogno di confrontarsi con una commedia che ha segnato la storia del teatro, altri hanno creduto che un titolo come questo non potesse mancare nel repertorio, qualcuno addirittura lo ha portato in scena per mancanza di idee.
Il Sei personaggi in cerca d’autore in programma al Teatro Carcano, dal 14 al 26 febbraio, va invece in scena perché un regista-attore come Carlo Cecchi ha deciso di dire qualcosa di diverso sul testo; e quando un artista come lui propone una nuova visione di una commedia “sacra” - che a molti è parsa per anni talmente innovativa da non essere capita a fondo, o da essere addirittura reputata intoccabile per valore – allora vale la pena di assistere alla novità, soprattutto se ad accompagnarlo sul palco ci sono attori del calibro di Paolo Graziosi, Angelica Ippolito, Antonia Truppo e Sabina Vannucchi.
Il vostro «Sei personaggi in cerca di autore» ha avuto fino ad ora grande successo, forse perché la “visione teatrale” di Cecchi ha veramente colpito nel segno?
«Lo spettacolo non è nato da un lavoro a tavolino – spiega Paolo Graziosi –, abbiamo fatto due mesi di prove durante i quali ci siamo impegnati ad attualizzare il testo. La Compagnia che sta provando il gioco delle parti sul palco non è più del ’21-22, ma è una compagnia di oggi. In primo luogo abbiamo quindi creato una commedia che avesse allusioni all’attualità teatrale, operazione del tutto innovativa; qui compare una famiglia che si presenta sulla scena con violenza, con l’urgenza di proporre la propria storia. L’attualizzazione del testo trasforma i componenti della famiglia quasi in venditori, non a caso escono da un’enorme valigia e da un pacco, sono già in scena e non arrivano da un aldilà come sempre è stato fatto nelle edizioni che si sono susseguite fino ad ora».
E poi siete intervenuti sul testo, eliminando il lato più filosofico dell’opera.
«Questo è stato un altro grosso lavoro: essenzializzare i discorsi filosofici di Pirandello; il dilemma “finzione-realtà” è stato eliminato e il testo è stato sfrondato. Ma al tempo stesso si è approfondita l’analisi sulla famiglia, portatrice di conflitti spaventosi. Non a caso il punto culminante è l’incontro in un bordello tra il padre e la figliastra: si parla quasi di un incesto».
Il pubblico mantiene il proprio ruolo di protagonista, come era negli intenti di Pirandello, oppure si fa semplice spettatore?
«Il teatro nella finzione pirandelliana è vuoto, in teoria si sta solo facendo una prova, ma in realtà il pubblico è referente principale, e si diverte nell’assistere allo spettacolo: vi è un ridicolo e ironico contrasto tra la famiglia che parla l’antico linguaggio pirandelliano, che non è stato toccato, e gli attori e il capocomico che parlano invece il linguaggio di oggi, grazie a interventi di adattamento sul testo».
Partendo da questi presupposti quindi il ruolo del padre, che lei interpreta, come cambia?
«Il padre si rivela nel suo perbenismo borghese, in tutto il suo carico di ipocrisia, di autoritarismo, nel suo cercare di assolversi a tutti i costi in questa vicenda con la figliastra. Ma lui è uno che frequenta i bordelli malfamati e si ritrova di fronte a una ragazzina che alla fine si scopre essere sua figlia: qui nulla viene filosoficamente sublimato come è accaduto fino ad oggi, piuttosto tutto viene svelato nella sua tragicità».