Grecia, l'Europa chiede 15 miliardi di garanzie

Bruxelles vuole che Atene utilizzi gli incassi delle privatizzazioni
come "collaterali" per ottenere gli altri aiuti. Il pressing di Germania e
Finlandia. Ma l’addio del Paese alla moneta unica minerebbe la solidità
dell’euro

Il «caso Grecia» continua ad agitare l’Unione europea, e rischia di avere un impatto molto negativo sull’euro all’odierna riapertura dei mercati. E mentre si attende la risposta del mercato, le autorità europee sono al lavoro per allargare da 110 miliardi a circa 150 miliardi di euro il «pacchetto Atene». Con una sostanziale differenza rispetto a quanto è avvenuto nel giugno 2010: stavolta, alla Grecia verrebbero richieste garanzie sui prestiti. La proposta in campo è di utilizzare come «collaterali» i proventi di un piano di privatizzazioni da almeno 15 miliardi di euro entro il 2012. «Non stiamo discutendo di un’uscita della Grecia dall’area dell’euro, è un’idea stupida - spiega il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker - né di una ristrutturazione del debito; ma pensiamo che Atene abbia bisogno di un ulteriore programma di aggiustamento dei conti».

Il fatto è che almeno due Paesi dell’area, Germania e Finlandia, sono contrari a estendere il piano di aiuti senza garanzie da parte del governo greco. L’idea di utilizzare i proventi delle privatizzazioni come «collaterali» era stata avanzata dal ministro delle Finanze finlandese, Jyrki Katainen, lo scorso novembre, in occasione del programma di aiuti all’Irlanda. Adesso il partito di maggioranza True Finns si oppone al salvataggio del Portogallo e definisce «inevitabile» il default della Grecia. I malumori tedeschi sono stati raccolti dal settimanale Spiegel, che ha lanciato nell’edizione online l’ipotesi di un’uscita di Atene dall’Eurozona, provocando un gran subbuglio nei mercati. «Qualcuno ha voluto diffondere il panico in modo criminale», ha commentato il premier George Papandreou. La Grecia ha in scadenza titoli pubblici per 22 miliardi di euro quest’anno, e 33 miliardi nel 2012. Il 28 aprile scorso il tasso sul bond biennale era giunto al record del 26%. É oggettivamente difficile presentarsi sui mercati con alle spalle un debito pubblico che corre verso il 160% del Pil. L’unica ancora di salvezza per Atene è proprio l’Europa. Il ministro delle Finanze, George Papacostantinou, ha chiarito che l’abbandono dell’euro avrebbe conseguenze catastrofiche, facendo precipitare il Paese in una sorta di «economia di guerra». Tuttavia, un sondaggio pubblicato ieri sulla stampa ateniese afferma che un cittadino greco su tre è contrario al piano di salvataggio europeo: non porterebbe da nessuna parte, e farebbe precipitare il Paese nella recessione. Intanto, secondo uno studio di Ing Bank, l’uscita dall’euro avrebbe fortissimi costi economici, politici e sociali, una diffusissima perdita di fiducia e una fuga di capitali di proporzioni non immaginabili. L’implosione dell’euro, afferma lo studio, farebbe crollare il Pil dei Paesi europei tra il 5 e il 9%, mentre le monete nazionali subirebbero una svalutazione fino al 50 per cento.

La dracma greca, ad esempio, perderebbe l’80% del suo valore calcolato rispetto all’euro. E anche l’uscita di un solo piccolo Paese avrebbe per la moneta unica un impatto devastante, facendo crollare il cambio dell’euro col dollaro da 1,40 a 85 centesimi. Per tutti questi motivi, l’Europa continua nello sforzo di salvare i Paesi in difficoltà. Domani arriva ad Atene una missione mista Ue-Fondo monetario per un consulto al capezzale dei conti greci. Il 16 e 17 maggio prossimi si terranno in Lussemburgo le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin. Il «caso Grecia» potrebbe però complicare la messa a punto del piano di aiuti per il Portogallo per 78 miliardi di euro, ormai in dirittura d’arrivo.