Grecia, si complica l’intesa con le banche

La firma non c’è ancora, anche se i protagonisti continuano a lasciar filtrare, off the records, che l’accordo sulla ristrutturazione del debito greco è ormai a portata di mano. Ma la cronaca di ieri racconta che Charles Dallara, il rappresentante dell’Iif (l’organismo che rappresenta i possessori di sirtaki-bond), si è alzato dal tavolo delle trattative per imbarcarsi sul primo aereo, con destinazione Parigi, per un «impegno già preso da tempo». Ora, delle due l’una: o il rendez-vous nella Ville Lumière di Dallara era inderogabile, e comunque più importante del dialogo con Atene; oppure i negoziati sono davvero arrivati alla stretta finale, al punto che uno degli attori protagonisti può assentarsi per qualche ora. Lo stesso Dallara ha precisato ad Associated Press che è «in costante contatto telefonico» con il governo greco e che quindi le trattative vanno avanti. «Nei colloqui si sta arrivando a una riconciliazione», ha aggiunto Dallara. Nella capitale ellenica sono del resto rimasti il consigliere legale e quello finanziario dell’Iif per cercare di risolvere diverse «questioni in sospeso» con le autorità greche.
Le «questioni in sospeso», che riguardano verosimilmente il tasso d’interesse sui nuovi prestiti e la percentuale di haircut (il taglio del capitale) sgradita dagli hedge fund, hanno di fatto impedito di raggiungere un’intesa sia prima della riapertura dei mercati, assai sensibili al pericolo di un default greco, sia prima della riunione di oggi dell’Eurogruppo che metterà proprio il dossier Atene al centro dei colloqui. Il premier Lucas Papademos e il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos potrebbero però sottoporre ai colleghi europei i progressi compiuti nelle trattative con le banche sullo swap del debito. Sulla base delle ultime indiscrezioni, i creditori privati sarebbero pronti ad accettare una svalutazione tra il 65% e il 70% dei bond greci nel loro portafoglio e un’estensione a trent’anni della maturità dei titoli per un tasso di interesse medio del 4%. In cambio riceverebbero buoni a breve scadenza del fondo salva-Stati Efsf per un valore pari al 15% dei loro crediti nei confronti di Atene. I rendimenti del 4% potrebbero poi gradualmente aumentare fino al 2020. A spiegarlo è l’ex ministro per il Lavoro, Louka Katseli, intervistata dalla tv Skai. Secondo la Katseli, sul rendimento ci sarebbe ancora disaccordo perché molti Paesi dell’Eurozona ritengono che questi tassi siano troppo elevati. Non è certo la prima volta, peraltro, che all’interno di Eurolandia non c’è accordo sulle soluzioni anti-crisi. Difficile quindi che Mario Monti sia riuscito a far breccia con Angela Merkel nell’ultimo incontro, durante il quale - secondo Der Spiegel - il premier italiano ha proposto di raddoppiare la dotazione attuale di 500 miliardi del fondo permanente Esm, destinato a sostituire l’Efsf.
In ogni caso, il tempo rimasto alla Grecia per trovare un agreement con i creditori privati è sempre meno: prima del 20 marzo Atene deve rimborsare 14,5 miliardi di euro di titoli di Stato, ma le casse pubbliche sono tristemente vuote. Solo l’accordo con l’Iis, condizione essenziale per sbloccare il secondo pacchetto di aiuti internazionali del valore di 130 miliardi di euro, può dunque scongiurare la bancarotta. La concessione della seconda tornata di aiuti dipenderà anche dal rapporto che verrà stilato dagli ispettori internazionali della cosiddetta «Troika» (Unione europea, Bce europea e Fmi), che da venerdì scorso sono nella capitale ellenica per valutare gli sforzi compiuti dalla Grecia sulla strada del consolidamento fiscale.
Per l’Fmi la ristrutturazione deve garantire una riduzione del debito greco al 120% del Pil entro il 2020, traguardo reso ancora più difficile dal deterioramento delle prospettive di crescita del Paese, già alle prese con una severa recessione dopo le molteplici misure da lacrime e sangue decise per rimettere in ordine i conti. Il raggiungimento di questo obiettivo, spiega una fonte comunitaria, «dipenderà da come sarà costruita l’analisi di sostenibilità del debito, che non è una scienza precisa, ma quasi una forma d’arte».