Greenspan non fa sconti ai presidenti americani

L’ ex capo della Banca federale, repubblicano, scrive un libro in cui attacca Bush e rivela che Nixon era antisemita e anti-italiano

da Washington

La strategia militare americana in Irak funziona: lo dice il generale Petraeus e molti, i più, pensano il contrario. L’economia americana non funziona: lo dice Alan Greenspan, e molti, fino a questo momento, pensavano il contrario.
Due «testimonianze eccellenti» che sfidano la «saggezza convenzionale» e che potranno avere un peso considerevole sia sugli ultimi mesi di Bush alla Casa Bianca sia sull’esito delle elezioni per il suo successore. La differenza è che l’incoraggiamento di Petraeus era atteso e rimane discusso, mentre nessuno si aspettava che da Greenspan giungessero tali bordate contro il presidente in carica e il suo partito, in cui Greenspan si è sempre riconosciuto. E anche contro l’ex presidente Richard Nixon, che Greenspan descrive oltre che «antisemita», anche «anti-italiano, anti-greco, anti-slovacco», ricordando un proprio discorso in cui l’ex timoniere della Banca Centrale affermava: «Non so di nessuno per cui fosse a favore».
La «bomba» è contenuta nel libro di memorie - che sarà in libreria domani(dal titolo «The Age of Turbolence. Adventures in a New World») - dell’uomo che più di chiunque altro nella storia, 19 anni di fila, ha guidato l’economia Usa come governatore della Federal reserve, sotto quattro presidenti diversi, da Ronald Reagan, che lo nominò, attraverso George Bush sr e Bill Clinton fino a George Bush jr, con cui egli collaborò fino a pochi mesi fa. Un uomo che ne ha viste tante, Greenspan, e a cui si riconosce all’unanimità il merito maggiore per la straordinaria crescita e tenuta dell’economia americana nel suo ventennio.
Adesso però lui stesso lancia l’allarme: tutto quello che è stato costruito è in pericolo a causa della politica economica «dissennata» dell’amministrazione Bush e del Congresso, soprattutto per colpa dei repubblicani che vi hanno detenuto maggioranza e controllo per più di dieci anni, fino alle ultime elezioni. Quando sono stati messi in minoranza, nel 2006, dice Greenspan, «se la sono ampiamente meritata perché avevano svenduto i principi per il potere e così hanno finito per perdere entrambi. Perché è andata così: non sono stati i democratici a vincere, hanno conquistato il Congresso perché i democratici erano rimasti l’unico partito pensabile».
Il pericolo più immediato che Greenspan vede è quello di un ritorno dell’inflazione, il suo nemico numero uno in mezzo secolo abbondante di carriera, quello cui Greenspan riuscì a rompere le reni fin dai primi anni del suo governo delle finanze Usa. Il governatore della «Fed» non è elettivo e non è un politico. Ha poteri indipendenti ed è al di sopra delle parti. Però ha delle idee e dei principi: quelli che hanno permesso a lui e ai presidenti che egli ha servito di assicurare all’America il più lungo periodo di crescita e di stabilità in base ai principi di un conservatorismo ortodosso, il primo dei quali è la «sobrietà fiscale», a cominciare dal contenimento delle spese.
Questa è la spina dorsale della «filosofia di governo» conservatrice e il principio centrale del partito repubblicano. Ma esso è stato abbandonato, secondo Greenspan, dall’attuale amministrazione: si sono dimenticati gli obiettivi a lungo termine, si è abbandonato il rigore, «non si è più pensato alla valutazione delle conseguenze». Il Congresso, proprio quando era dominato dai repubblicani, ha approvato leggi che «hanno messo il bilancio fuori controllo» e la Casa Bianca non ha mai posto il veto come era suo dovere. I repubblicani, martella Greenspan, «hanno lasciato cadere i propri principi e hanno approvato leggi finanziarie di cui avrebbero beneficiato solo loro». E il prezzo rischiano di doverlo pagare tutti.