GREG D. ROBERTS Vita e sventure di un uomo in fuga

In Australia lo conoscevano come «il bandito gentiluomo». Inappuntabile nell’abbigliamento, gentile nell’eloquio, peccato che in mano avesse una pistola automatica e nelle vene un rivolo di eroina. In India divenne Lindsay, Lin Baba, Nick Caraway e infine Shantaram («colui che dona la pace»). È un uomo dai molti nomi lo scrittore australiano Gregory David Roberts. E dalle molte vite: ricercato dall’Interpol dopo la fuga dal carcere australiano di massima sicurezza di Pentridge dove scontava una condanna a 23 anni, medico autodidatta negli slum di Bombay alle prese con la lebbra e il colera, attore per caso nei film di Bollywood, criminale agli ordini di un capomafia, contrabbandiere di valuta e passaporti fra la Nigeria e Singapore, e infine mujaheddin in Afghanistan per portare cavalli e armi al comandante Massud, il Leone del Panjshir in lotta contro i sovietici.
È la vita di Roberts che corre nelle pagine di Shantaram (Neri Pozza, pagg. 1.178, euro 22) da oggi in libreria. Roberts spiega di avere mescolato un po’ le carte e di aver inventato nomi e personaggi del romanzo sui quali ha riversato pezzetti della propria esperienza reale. «Si tratta di un romanzo, non di un’autobiografia. Ma tutti gli eventi che riguardano il protagonista sono veri». L’incontro con l’autore è una conferma del processo creativo che ha condotto a Shantaram. Roberts sembra riassumere in sé frammenti dei suoi personaggi: veste alla cowboy come Vikram Patel, il bullo indiano del romanzo; lo sguardo venato da tracce di sofferenze troppo profonde per essere rimosse è quello di Didier Levy, un ebreo francese a metà strada fra l’intellettuale e il pistolero; il sorriso caldo e avvolgente è di Prabaker, la piccola guida indiana che lo inizia ai segreti di Bombay. La propensione di Roberts al filosofare intorno all’assoluto e ai misteri della creazione viene interpretata nel libro dal capomafia di origine afghana Kadherbai, personaggio nobile e spietato, paterno e nichilista. Per tracciare i contorni di Karla Saaranen, che il protagonista ama da subito, Roberts ha invece cercato fuori di sé: una fotografia che ritraeva Monica Bellucci sul set dell’Appartamento gli ha fatto compagnia durante la stesura del romanzo.
Le oltre mille pagine di cui si compone il tomo non pesano affatto sul lettore che, al contrario, ne desidererebbe ancora non appena l’ultima viene consumata. Roberts ha in programma di scrivere una quadrilogia di cui Shantaram costituisce solo un episodio: «Il suo tema fondamentale è quello dell’esilio, della lacerazione - dice -. Vi si trovano citazioni della Bibbia, richiami all’Esodo. Temi antichi che alludono alle migrazioni odierne, allo spaesamento culturale e alla alienazione in tutte le sue forme, scientifica, politica, religiosa e sociale».
Linbaba, uno dei nomi di Roberts, è il protagonista in fuga, l’ebreo errante, l’uomo di un secolo dominato e frammentato dal pensiero rivoluzionario di Einstein, interprete e vittima di una cosmologia che lo relega a frammento polveroso nel grande e superbo affresco dell’universo da cui Dio è scomparso, trascinato lontano in qualche remota nebulosa. Linbaba cerca disperatamente se stesso, la vita, l’amore che è «una strada a senso unico, non qualcosa che si riceve. L’amore puoi solo donarlo». Shantaram vive dell’incontro e della fusione fra estasi e orrore, mentre l’occhio ispirato di Roberts osserva Bombay e la cultura indiana con un amore inesauribile che non si tramuta in odio nemmeno dopo le più feroci umiliazioni. Quando il protagonista, quindi lo scrittore, viene rinchiuso nel carcere di Arthur road deve conoscere la fame, i parassiti, la sporcizia, la violenza. Viene torturato, appeso a testa in giù, picchiato con affilati bastoni di bambù da aguzzini che fanno pausa solo per prendere un tè. E poi ricominciare. «C’è stato un istante in cui ho sentito la vita fuggire dal corpo ricoperto di tagli e ferite. Cercavo di sollevare il capo, di non affogare in quella poltiglia rossa di sangue, sudore, lacrime. Un secondino impietosito mi ha passato un bidi, una sigaretta indiana, e con quelle poche boccate mi è sembrato di aspirare la vita». Peccato che non appena la tortura è ripresa, ricorda Roberts con sorriso amaro, il secondino pietoso fosse fra quelli che picchiavano più selvaggiamente. «Poi, all’improvviso, proprio quando il terrore sembrava travolgermi, ho sentito la voce chiara e insopprimibile dello scrittore che nella parte più profonda della mente diceva "Accidenti, questo sì che è materiale buono! Se sopravvivi, devi scrivere tutto quanto!"». Allarga le braccia: «Scrivere fa parte della mia natura, è una spinta connessa all’istinto di sopravvivenza».
Per quanto possa andare indietro con i ricordi, Roberts vede se stesso sempre con una penna in mano. E se c’è un momento di vero dolore nel rievocare la sua vita, non coincide con il racconto delle torture subite, delle ferite in guerra o dell’amore deluso. Roberts è un uomo disarmato di fronte alla assurda violenza del mondo quando ricorda i carcerieri che gli hanno sottratto e distrutto il manoscritto frutto di sei anni di lavoro. Ma, assicura, non c’è nulla di catartico o di terapeutico in Shantaram. «Per scriverlo ho dovuto scavare nelle mie esperienze più intime, riesumare amici morti da tempo, infondere in essi, di nuovo, la vita, come tanti Frankenstein, e riattivare la memoria del dolore per la scomparsa e la perdita. È una esperienza sconvolgente, tutt’altro che terapeutica».
Il risultato finale sorprende. Shantaram è un viaggio nel cuore oscuro dell’uomo, nei suoi repentini scorci luminosi, è un viaggio appassionante perché vero. Non sorprende affatto, invece, che la Warner e Johnny Depp abbiano pagato due milioni di dollari i diritti per farne un film che uscirà nel 2007 con la sceneggiatura del premio Oscar Eric Roth. Oggi Greg Roberts è un autore affermato, tiene conferenze ovunque e finanzia le due organizzazioni caritatevoli di Bombay che ha messo in piedi. In Australia fa parte di un progetto per il recupero della delinquenza minorile. I ragazzi del carcere gli hanno dato un nuovo nome, lo chiamano «Doc».