Greggio, un marziano al Lido che spaventa perché fa ridere

nostro inviato a Venezia

Arriva Ezio Greggio al Lido e scatta la dietrologia. Chissà perché. Un extracomunitario alla Mostra. Uno che non appartiene alla comunità dei cinefili, al giro giusto. Un marziano in laguna. Che ci fa qui? Ci dev’essere un caso, un retroscena, qualcosa di opaco dietro questo fatto. Ovvero, che a (pre)inaugurare la Sala Grande appena restaurata secondo lo spirito e la forma delle origini del più vecchio festival cinematografico del mondo (1937) sia una cialtronissima pellicola come Box Office 3D: il film dei film, che fa la parodia di film più famosi (Greggio si traveste spassosamente da Harry Potter, Zorro o Avatar) I quarti di nobiltà dove sono? E il sapore intellettuale? E il retrogusto d’essai? Veniamo da anni di retrospettive con tardivi sdoganamenti di commedie e B-Movie complice un cineasta come Tarantino, ma non è sufficiente. Qualcosa non torna, a prescindere dalla qualità del film in questione. Non può essere solo che Box Office 3D, proiettato ieri sera come aperitivo goliardico di una Mostra che da oggi si prenderà molto sul serio, sia piaciuto al suo direttore artistico. Non può essere che il tempio del cinema si vuole aprire al pubblico meno cinefilo come dimostrato ieri dalle decine di bagnanti con infradito che si sono presentati in sala, hanno riso e applaudito? Non può essere solo che Marco Müller, lo scopritore di Ang Lee, il selezionatore di Sokurov e Kechiche, vedendo le parodie di Greggio & Co (Anna Falchi, Gigi Proietti, Enzo Salvi, Antonello Fassari) si sia sbellicato dalle risate? Ci dev’essere per forza il classico santo in paradiso, uno sponsor misterioso, un raccomandatore occulto. Farne il nome no, però. Più facile, come ha fatto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, mettere la pulce nell’orecchio e trincerarsi dietro «le solite malelingue» sibilanti, secondo le quali «uno dei coproduttori del film (che ha anche un incarico di rilevanza nazionale nel cinema)» avrebbe usato «tutto il suo peso per ottenere questa pre proiezione».
Gettato il sasso, partita la caccia al tesoro. Box Office 3D (sponsorizzato da Mediaset) è prodotto dalla Talents Factory di Greggio, e dalla Moviemax di Guglielmo Marchetti, società fondata diversi anni fa da Jacopo Dell’Utri, che tuttavia non figura più tra i titolari. Inoltre, Dell’Utri jr non risulta ricoprire un «incarico di rilevanza nazionale nel cinema». Perciò l’identikit non corrisponde e il gioco ai soliti ignoti del cinema nostrano continua. Fino ad arrivare alla Digital Factory di Cinecittà Studios, la società che ha realizzato la post-produzione del film, di cui dal 1997 è presidente Luigi Abete (anche numero uno di Bnl-Bnp Paribas). È qui che è stato messo a punto il «3D» del quale si vanta Greggio, «primatista italiano» della nuova tecnica. Dunque, una produzione industriale e basta? O c’è dell’altro? «Noi abbiamo fornito i servizi per la post-produzione della pellicola - osserva Lamberto Mancini, direttore generale di Cinecittà Studios -. Ma il nostro contributo esclusivamente tecnico, di cui siamo peraltro orgogliosi trattandosi del primo film italiano in 3D non di animazione, si è fermato qui».
Dunque, tanto rumore per nulla. Fantapolitica di un caso che non c’è. Si doveva (pre)inaugurare la storica sala della Mostra. Magari testandola con una proiezione tecnologicamente sofisticata. Realizzando così, tra look storico e avanguardia industriale, una sorta di ritorno al futuro del cinema. L’unico film tridimensionale in circolazione era il famigerato Box Office. Come tutti gli azzardi, anche questo può apparire un’operazione discutibile. Però, alla fine, si ha la sensazione che i benefici siano superiori ai costi. Con buona pace dei cacciatori di complotti.