Gregorio Celli

Le notizie su di lui sono piuttosto tarde e non sicure al cento per cento. Stando a quanto si sa, Gregorio Celli nacque verso il 1225 a Verucchio, in quel di Forlì. A tre anni rimase orfano di padre. Ne aveva quindici quando chiese di essere ammesso come frate laico nel locale monastero degli Eremiti di Sant’Agostino. Dieci anni dopo perse anche la madre, cui era affezionatissimo. Da quel momento concentrò tutti suoi affetti su Dio solo e veleggiò sulle vie della santità. Ma proprio questo finì col renderlo antipatico ai confratelli. Si sa come va: il primo della classe, il perfettino, quello che segue le regole anche nelle minuzie finisce col far risaltare la mediocrità o le infingardaggini altrui. Questi, anziché vergognarsi e trarne sprone a imitarlo, trovano più comodo dargli dell’esagerato, del fanatico e giungono a trovarne fastidiosa anche la sola presenza. Certo, quelli della vita religiosa si chiamano «istituti di perfezione», ma la tentazione del quieto vivere insiste anche lì e talvolta capita quel che capitò al nostro Gregorio Celli, che, visto il clima che gli era creato attorno, preferì a un certo punto andarsene. Si portò sul monte Carnerio, nei pressi di Fonte Colombo, dalle parti di Rieti, e si mise a fare l’eremita, sul serio e questa volta da solo. Là rimase fino alla fine e morì nel 1343. Pare che il suo corpo sia tornato prodigiosamente a Verucchio, dove in effetti ancora oggi si trova. La sua beatificazione sembra si debba al pontefice Innocenzo VI nel 1357. Ma, poiché del decreto si era persa ogni traccia, nel 1769 fu Clemente XIV a confermarla.