A Grenoble, unico fotografo della fatica d’oro di Nones

I Giochi ancora in una città, Grenoble in Francia, solennemente inaugurati dal generale De Gaulle. Delle tante sfide ne ho scelte tre, una di gloria francese ma di fascino universale, le prove alpine al maschile tutte vinte, a imitazione di Sailer, dal fascinoso Jean-Claude Killy, una delle quali però contestata e/o discussa per la squalifica dell’austriaco Schranz. La grandezza di Killy comunque non si discute, anche per le molte vittorie precedenti i Giochi. Il resto nel mio animo è tutto italiano, doppiamente, anche per l’amicizia con i relativi protagonisti. Il primo fu Eugenio Monti, il «Rosso Volante» come lo aveva chiamato da par suo Gianni Brera, capace dopo titoli mondiali di pilotare il 2 e il 4 al trionfo olimpico. Nel primo sedeva con lui Luciano De Paolis, nel secondo i forti amici Zandonella, Armano e ancora De Paolis. Curiosità unica nella storia del bob: nella somma dei tempi Monti e i tedeschi dell’Ovest Horst Floth e Pepi Bader impiegarono il medesimo tempo. Due ori non si potevano assegnare, o forse non fu ritenuto opportuno. Ad ogni modo la giuria decise di premiare Monti autore della prova più veloce.
Per restare ancora nel cosiddetto «budello ghiacciato» va dolorosamente ricordato il sorprendente successo nello slittino dell’altoatesina Erika Lechner, ridente ed entusiasta come se quasi non riuscisse a quantificare il suo valore del magico momento. Il terzo non è un momento di un giorno, ma della vita perché a imporsi e nettamente nella 30 chilometri fu il trentino Franco Nones, rapido nel suo passo alternato come un impeccabile animale della foresta che non ha avuto un attimo di cedimento dalla prima all’ultima falcata. I suoi giustamente temibili e più diretti avversari erano Martinsen e il finnico Maentyranta, ma quel mattino il campione azzurro aveva un passo imbattibile. Subito dopo il suo arrivo il nostro Rizzieri Roodghiero e Maentyranta, addirittura sorridente e contento che un suo amico avversario italiano fosse il primo uomo delle Alpi a dominare il mondo del fondo, lo sollevarono sulle loro spalle e avanzarono verso le tribune mentre io, che avevo forzato i divieti, retrocedendo lo eternavo. I molti spettatori acclamavano Franco ma gli italiani erano quasi assenti, non c’erano il presidente del Coni e della Fisi, giornalisti due soli, Piero Ratti della Gazzetta dello Sport e io.
Tutti erano andati sulla pista della discesa dove scendevano in prova non in gara Killy, Perillat e il nostro Ivo Mahlnecht evidentemente perché nessuno aveva creduto in una nostra medaglia. Momento commovente: mentre mangiavamo si avvicinò una hostess per chiedere se volevamo accettare una visita. Al nostro «sì» entrarono in divisa i quattro norvegesi sconfitti due ore prima e con un riverente inchino porsero a Nones un grande mazzo di fiori. Poi lo avvolsero in un abbraccio.