Il grido di Bush: «Non è finita la nostra guerra per la civiltà»

Nel discorso alla Nazione, al termine delle commemorazioni per l’11 settembre, il presidente Usa lancia un appello all’unità: «Ora si decide il corso dell’intero secolo»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Prima la liturgia del silenzio. Poi l’esortazione al popolo americano a mettere da parte le divisioni e a unirsi davanti alla «prova che la storia ha riservato» agli Stati Uniti: sconfiggere il terrorismo fondamentalista e «difendere la civilità e il modello di vita di cui godono i Paesi liberi». E per farlo, sono indispensabili «gli sforzi determinati di un Paese unito». George W. Bush parla alla nazione dallo Studio Ovale della Casa Bianca, nel quinto anniversario di quello che gli americani chiamano semplicemente «9/11». «Non è stata l’America a volere questa guerra - dice il presidente degli Stati Uniti - e ogni americano desidera che finisca. Ma la guerra non è finita e non lo sarà fino a quando non emergerà un vincitore, noi o gli estremisti. Se non sconfiggiamo questi nemici adesso, lasceremo ai nostri figli un Medio Oriente gestito da Stati terroristici e da dittatori in possesso di armi nucleari». La guerra al terrore, secondo il presidente Bush, «deciderà il corso di questo nuovo secolo e il destino di milioni di persone in tutto il mondo». Per questo motivo non si tratta di uno scontro di civilità, ma piuttosto di uno scontro «per la civiltà», in Occidente così come nei Paesi più esposti al proselitismo integralista. «Stiamo combattendo per la possibilità che la gente buona e rispettabile di tutto il Medio Priente possa fare crescere società basate sulla libertà, la tolleranza e la dignità della persona». Secondo Bush schierandosi al fianco dei leader democratici e riformatori gli Stati Uniti potranno offrire «una via d’uscita dal radicalismo» in quell’area. «Stiamo mettendo insieme la più potente forza di pace e di moderazione in Medio Oriente: il desiderio di milioni di persone di essere liberi».
Il discorso alla nazione è arrivato dopo una lunga giornata di silenzio e commemorazione. Bush in pellegrinaggio in tre «stazioni»: Manhattan, Washington, quel pezzo di campagna in Pennsylvania dove è precipitato l’ultimo aereo «rapito» dai terroristi. Sono state ricordate così tutte le vittime di quel giorno nero, che nella memoria si associa quasi esclusivamente con New York. A Manhattan, sul suolo livellato su cui sorgeva il World Trade Center, due minuti di silenzio, uno per ciascuno degli impatti che distrussero in successione le Torri Gemelle, uno alle 8.47, l’altro alle 9.03 dell’11 settembre 2001. Poi a Shankville, in Pennsylvania, dove una rivolta dei passeggeri contro i dirottatori contribuì a mandarne a vuoto i piani, probabilmente la distruzione della cupola del Campidoglio di Washington. Ha parlato, invece di Bush, il capo di Stato Maggiore della difesa, generale Peter Pace, che ha ricordato fra l’altro come nelle azioni belliche successive siano già caduti 3mila soldati, più delle vittime di quel giorno. Infine un saluto al Pentagono (184 morti), il luogo dell’impatto coperto per l’occasione da una gigantesca bandiera a stelle e strisce.
Il silenzio presidenziale voleva essere, oltre che un omaggio, un modo per distinguere le cerimonie del quinquennio da quelle che si sono succedute ogni dodici mesi, conferendo stavolta una maggiore solennità. Esacerbata più che turbata dai video scagliati sui teleschermi da Osama Bin Laden e dal suo braccio destro Zawahiri, con una specie di bollettino della vittoria e soprattutto l’annuncio di nuovi attacchi in tutto il mondo, ma soprattutto nel Medio Oriente. Parole e toni che hanno contribuito, fosse questa o meno l’intenzione, a rafforzare lo sdegno e la risolutezza degli americani al di là dei giudizi su come la «guerra al terrore» è stata condotta. (Nell’occasione Bush ha fatto una delle rare ammissioni di fallibilità, ricordando di non essere stato in possesso «negli ultimi cinque anni di una sfera di cristallo in cui leggere cosa sarebbe accaduto»). Parole pronunciate nell’intervista alla Nbc, in una sorta di anteprima dell’allocuzione ufficiale che il presidente ha pronunciato alle 9 di sera (3 ora italiana).
L’intervista alla Nbc conteneva inoltre un accenno senza precedenti di «polemica» interna, una «correzione» all’impegno preso due anni fa dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld in un memorandum segreto: «Vincere la guerra al terrorismo significa uccidere più terroristi di quanti i loro capi riescano a reclutarne». «Non è così - ha detto Bush -, può essere vero solo nel breve periodo, alla lunga vinceremo solo se riusciremo a sconfiggere una ideologia dell’odio con una ideologia della speranza. C’è una ragione per la quale gente come Bin Laden è in grado di reclutare attentatori suicidi: ed è perché egli rimesta nell’odio e nel risentimento. Se non avremo una speranza da offrire saremo un bersaglio più facile per una ideologia che dice “va e uccidi qualcuno, anche te stesso”. È una battaglia ideologica e l’unico modo per sconfiggere quella ideologia è la libertà».