Il grido d’amore della Piaf

Irene Liconte

Un'orchestrina da strada diffonde le note di una fisarmonica, un violino e una chitarra sul sagrato di S. Matteo, su cui volano le parole ora struggenti ora gioiose delle canzoni di Edith Piaf: è lo spettacolo «Grido d'amore», in scena stasera per il festival di Lunaria. Gianni De Feo, attore-cantante con diverse performance in Francia all'attivo, interpreta 10 canzoni in lingua originale della grande chanteuse francese, dagli esordi a successi come Padam Padam, L'Accordéoniste e Milord; fanno da trait-d'union, nella rievocazione della tormentata vita della Piaf, brani in prosa di Ennio Speranza, tra barlumi di ricordi e citazioni cronologiche. «Non è uno spettacolo en travesti -, precisa Gianni De Feo - si correva il rischio di scivolare nel grottesco. Così è nata l'idea di filtrare la vita di Edith attraverso un personaggio inventato».
Ecco dunque che entra in scena un uomo senza nome, un mazzo di fiori in braccio, alla ricerca di un luogo che non nomina. È un clochard, uno dei diseredati che Edith Piaf (cioè Edith «il passerotto»), al secolo Edith Gassion, conosceva bene fin dall'infanzia. Figlia di due artisti girovaghi, venuta al mondo nel 1915 in una strada parigina con l'aiuto di un poliziotto, crebbe tra le miserie del quartiere di Belleville e del bordello gestito dalla nonna in Normandia. Fu l'inizio di un'esistenza travagliata, segnata da amori intensi e brevi, (al suo fianco debuttarono artisti come Yves Montand e Charles Aznavour), incidenti stradali, interventi chirurgici, fino a un tentativo di suicidio. E intanto il suo talento la portava, dalla metà degli anni '30, sui più prestigiosi palcoscenici del mondo, dal Moulin Rouge alla Carnegie Hall di New York; ma la sua carriera artistica era iniziata per le strade di Parigi, dove cantava La Marsigliese per guadagnare la giornata per sé e il padre. Edith non rinnegò mai le sue origini popolari: i suoi testi attingono alla poesia della strada, nel '44 cantò per le guarnigioni militari e nei campi di concentramento dei prigionieri.
Fulcro delle sue canzoni è sempre l'amore, negatole in gioventù e sempre cercato, celebrato, pianto: «Amatemi, vi prego. Che qualcuno mi porti in dono una vita nuova. La sua. E con la sua, la mia». Jean Cocteau, stroncato da un attacco cardiaco alla notizia della sua morte, così la descrive: «Non ho mai conosciuto una persona meno parsimoniosa con la propria anima. La sperperava, ne gettava l'oro dalle finestre». Una donna volitiva ma inquieta, appassionata ma fragile: un'artista, insomma. E «non chiedete a un grande artista di essere coraggioso» è il suggello ideale di uno spettacolo dedicato a chi si vota all'arte, spesso con sacrificio, ma mai a vuoto. Così il fiore di cui si narra all'inizio, effimero ma destinato a spargere al vento semi e quindi vita, fa capolino nel mazzo deposto sulla tomba di Edith, che dal 1963 riposa al cimitero di Père-Lachais, accanto alla Callas, Wilde, Proust e Jim Morrison: la morte non li ha annientati, le loro voci riecheggiano ancora, come in una nuova Spoon River, insieme al «grido d'amore» di Edith Piaf.