Il grido dei cinquantamila: Milano ha diritto di vivere

Politici, pensionati, operai e commercianti sfilano per le vie del centro. In piazza anche Confesercenti, tradizionalmente vicina alla sinistra: "Ora basta con le chiacchiere"

Milano - Perché è chiaro, lo sappiamo tutti, pedinare un vip e poi ricattarlo, oltre a essere una porcheria in sé, è un tema di sicurezza pubblica. Ma anche se da settimane parliamo solo di questo, non c’è solo questo. È fastidioso pure doversi barricare in casa quando cala l’imbrunire, per chiudere fuori la paura. È ugualmente seccante mandare avanti un negozio e ogni sera provare il terrore della visita armata, prima di calare la saracinesca: o la borsa o la vita, e quante volte si sono presi la vita. È avvilente crescere dei bambini e vietare loro di entrare ai giardinetti, perché il rischio di giocare con le siringhe o di ricevere le suadenti proposte dei lupi veri è troppo alto. È brutto essere ripuliti dell’orologio al semaforo. È brutto, terribile, insopportabile finire stuprate nei parcheggi e negli ascensori.
Corso Venezia, angolo Palestro: sono tantissimi. In Comune, alla fine, diranno 50mila. Confermato: nonostante le angosce di Mastella, non c’è solo Vallettopoli in cima alle emergenze nazionali. C’è anche e soprattutto la vita di tutti i giorni, delle nostre famiglie nelle nostre città. Di questo, la politica potrebbe parlare qualche volta. Di tutto quanto nel Palazzo viene forse percepito come paranoia piccolo-borghese, come minutaglia e piccineria egoistica, ma che nelle case degli italiani resta da sempre la prima impellenza.

E allora poche storie, pochi distinguo, poco cavillare se per una volta, a Dio piacendo, un sindaco decide di alzare i tacchi e la voce, semplicemente camminando per le strade, al fianco dei concittadini. È bieca propaganda? È smaccato populismo? Se lo è, viva la propaganda e il populismo. Ben venga un sindaco che caccia voti affrontando le grane di interesse comune. Così siamo messi in Italia: una mossa normale e doverosa diventa eccezionale e provocatoria. Tristissimo il Paese dove la normalità diviene evento storico...
Il bilancio? Un pienone. Con puntualità milanese, alle otto sono tutti in fila dietro il sindaco. Sciure e consorti, fidanzati e vecchie querce. Fiaccole e palloncini. Ci sono i benzinai in tuta, i pompieri in divisa e i fruttivendoli senza ortaggi. Ci sono i pensionati Atm. Ci sono i comitati che orgogliosamente si definiscono spontanei e apolitici: «Abruzzi e vie limitrofe», «Ponte Lambro», «Viale Monza». Abbastanza chiaro lo striscione dei leghisti, guidati da Borghezio: «Zingari fora di ball».

Che poi ci siano le sciarpe di Forza Italia e i Circoli della libertà, non è chiaramente una sorpresa. Decisamente più significativa la presenza della Confesercenti, da sempre vicina alla sinistra. È il presidente provinciale Mauro Toffetti a spazzare via tutte le faccette storte: «L’80 per cento dei commercianti sta con la Moratti. Sia chiaro: la politica intellettuale dei ragionamenti a tavolino non ci interessa più. Vogliamo fatica e sudore...».
Certo Veltroni ha fatto prima: qualche notte bianca, il festival del cinema, le serate in terrazza, ricchi premi e cotillons, così ci siamo ritrovati la Roma vitale e creativa del suo bravo sindaco. Che però tiene sotto il pavimento una metropolitana de ppaura, per dire un esempio. Ancora prima ha fatto la Iervolino, che s’è barricata in ufficio, ha raccontato del Rinascimento napoletano, e ora si ritrova a cullare l’idea dell’esercito per strada.

La Moratti, ma anche Chiamparino, in una Torino da ristrutturare, hanno preferito l’altra strada: non nascondono nulla, ci mettono mano. Se le sporcano. Coltivano un sogno meno faraonico dei primati culturali e mondani, ma decisamente buono: la grande città un po’ meno avvilente di quanto non siano adesso tutte - sì, tutte - le nostre grandi città.
C’è da dire che la Moratti sta nel solco della tradizione. Milano non ha mai fatto la ruota del pavone. Con il suo indomabile realismo, solitamente si butta persino troppo giù. Ma averne, di Milano. Pensa non averla, Milano. Però è evidente a tutti: così sanguina. È la stessa Moratti a lanciare il grido di dolore, chiudendo dal palco tra gli applausi, prima del saluto a sorpresa di Berlusconi.
«È ora di fare qualcosa», implora una nonna tornando a casa. Bisogna proteggerla, ripulirla, risanarla, questa città. Perché viverci continui ad essere così emozionante: per le sue idee, la sua voglia di fare, la sua apertura mentale, non per i sinistri incontri dietro l’angolo. Tramontato mestamente il mito fanatico della «Milano da bere», tutti si accontenterebbero di una semplicissima «Milano da vivere».