Il Grillo parlante del Colle che irrita i Pinocchi

Comunemente si crede che il primo presidente della Repubblica a esternare alla grande sia stato Sandro Pertini e che i suoi successori - Cossiga, Scalfaro, Ciampi - ne abbiano seguito le orme per non essere da meno. La cosa in parte è vera in parte no. In parte è vera, perché da Pertini in poi, sia pure con i più diversi acuti, al Quirinale le «ugole d'oro» si sono sprecate. Ma in parte no, perché nessun predecessore di Pertini ha mai fatto scena muta. Tanto per non fare nomi e cognomi, Luigi Einaudi si faceva sentire, e come, da chi rivestiva cariche pubbliche. Ministri della Repubblica in primis. Ma l'opinione pubblica ha risaputo in larga misura tutto ciò solo dopo il suo settennato, quando Einaudi ha preso la penna in mano e svelato gli arcana imperii del suo mandato.
Ma gli arcana imperii appartengono al mondo di ieri. Ora il Palazzo, nel bene e nel male, è diventato una casa di vetro. E i cittadini, se non intendono regredire allo stato di sudditi, hanno non solo il diritto ma anche il dovere - non foss'altro come elettori - di conoscere come la pensino le massime cariche dello Stato. Del resto, furono gli stessi padri fondatori della nostra Carta repubblicana a contemplare le esternazioni quirinalizie. Basti ricordare che il presidente della Commissione dei Settantacinque, Meuccio Ruini, nella sua relazione al progetto di Costituzione, così riassumeva la figura del capo dello Stato: «nel nostro progetto, il Presidente della Repubblica non è l'evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre Costituzioni». No, «è il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica». Insomma, con la parola e con gli atti deve lubrificare la complessa macchina statale affinché non si inceppi.
Non la pensava diversamente Walter Bagehot. Nella sua classica opera sulla Costituzione britannica, che fotografa come meglio non si potrebbe le istituzioni inglesi ai tempi della regina Vittoria, osserva che «il sovrano, in una monarchia costituzionale com'è la nostra, ha tre diritti: quello di essere consultato, quello di incoraggiare, quello di mettere in guardia». Un libro che, se non siamo male informati, Cossiga tiene ancora sul comodino. Il problema allora non è tanto entro quali limiti il capo dello Stato abbia un diritto di esternazione, visto e considerato che indietro non si torna. Quanto il loro contenuto, che deve essere tale da riscuotere il massimo consenso e avere la massima efficacia.
Pur essendo un uomo a sangue ghiaccio, Napolitano esterna di continuo. Ma alla maniera dei grilli parlanti. A fin di bene. Ha riconosciuto che il bipolarismo nato nel 1994 è un bene prezioso, ma non può essere interpretato dai protagonisti come un dialogo tra sordi. Ha affermato che il cammino delle riforme istituzionali non può interrompersi. Non fa mistero che il governo in carica non può continuare a governare a colpi di fiducia, perché le fiducie a raffica mortificano quel Parlamento che lo ha visto protagonista per decenni. Non vede le condizioni per una grande coalizione alla tedesca non senza buone ragioni. Tutte considerazioni di buon senso. Con l'incognita sugli scenari qualora il barcollante Prodi dovesse cadere. Perché al riguardo Napolitano è più sibillino della sibilla Cumana.
Un grillo parlante, insomma. Insista, Presidente. Ma con quella sobrietà che la caratterizza. Senza strafare. O meglio, stradire. Di modo che le sue centellinate parole come la goccia scavino la pietra.
paoloarmaroli@tin.it