Grillo: «Il referendum? È tutto da rifare»

(...) crociate di chi ha fatto della presenza alle urne una questione di democrazia, eppure non molto tempo fa invitava a disertare. E una campagna che chi è senza peccato scagli la prima pietra. Il centrodestra e il centrosinistra a litigare perché sulle questioni di coscienza ognuno fa per sé. Insulti e grida da ogni parte. Tutti o quasi i punti di riferimento politici saltati. Il problema era soprattutto il tema del referendum. Senza contare che bastano 500mila firme per indirlo, meno dell’un per cento degli italiani, così dice la Costituzione e tanto basta, anche se trattasi di materia ostica quanto impegnativa. «Il bassissimo numero dei votanti da un lato mostra la crisi dello strumento referendario, dovuto al suo abuso in questi ultimi anni - avverte Grillo -. Dall’altro conferma la piena fiducia che i cittadini italiani hanno nell’istituto parlamentare e nella sua funzione legislativa, specie per materie delicate e complesse come quella sottoposta a questo referendum».
Adesso urge raddoppiare e dimezzare, ragiona Grillo. «Raddoppiare le firme necessarie a indire il referendum, da 500mila a un milione». Dimezzare le tematiche sulle quali il referendum può essere indetto, e cioè «porre un limite», escludendo le materie sulle quali no, non è normale che il Parlamento scarichi sui cittadini le proprie responsabilità. «Quando fu approvato l’articolo 75 della Costituzione il numero degli elettori era poco più di 25 milioni, adesso supera i 40 milioni - è il ragionamento -. È chiaro che il numero dei sottoscrittori va adeguato a questo nuovo dato. Assieme ad altri parlamentari avevamo già presentato in Commissione bicamerale per le riforme costituzionali della passata legislatura una modifica all’articolo 75».
Chissà se vincerà lui, questa volta. L’ultima proposta di legge costituzionale che propose non fu proprio un successone. Era il 30 gennaio 2003 quando la avanzò in Senato, il 25 giugno dello stesso anno quando venne affidata alla Commissione Affari costituzionali. Chiedeva «una chiara disposizione normativa, fino ad ora mancante, per ribadire che l’inno scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro è l’inno nazionale». Al tempo stesso voleva «individuare la versione ufficiale dell’inno e le modalità della sua esecuzione nelle cerimonie». Macché. Questa volta però è diverso: «Sarebbe politicamente sbagliato non cogliere l’indicazione forte che ci viene dal corpo elettorale per rivedere le norme della Costituzione sul referendum».

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