Grillo scatenato e la D’Amico fa da tappetino

La conduttrice di <em>Exit</em> annichilita dal monologo del comico genovese. Che esauriti i proclami rifiuta il dibattito e se ne va

Prima che di Grillo ci sarebbe da occuparsi di questa Ilaria D'amico e del suo inutile Exit su La7, ma sappiamo che anche le critiche più devastanti da noi vengono considerate medaglie, se va bene invidia di qualcosa, ma correremo il rischio: perché questa D'amico, diciamo lo stesso, è palesemente la più incapace tra tutte le non-conduttrici che per meriti speciali si sia affacciata dalle nostre disgraziate televisioni, e questo lo sappiamo. E allora perché non dirlo? Perché sennò non t'invita? E chi se ne frega: sarebbe splendido che tra i mendicanti di apparizioni qualcuno cominciasse anche a dire no. Anche perché mercoledì sera, umili e piccini di fronte al maxi-schermo col Grande Monologante, gli invitati facevano una discreta pena.
D'accordo, la D'Amico è l'archetipo della televisione dove tutti ormai possono fare tutto, e tuttavia ci si chiede: quale spettatore al termine di una puntata di Exit ha capito o imparato qualcosa? Ha imparato, se gli va bene, quale voce dovesse avere Rosa Russo Iervolino da giovane; ha capito che alzare la tonalità e interrompere di continuo è buona e producente cosa; ha capito che senza una traccia scritta certe conduttrici sono niente, e lo dimostra la disinvoltura con cui la D'Amico a un certo punto ha detto che «ci sono 20mila disoccupati» prima che le suggerissero, sottovoce, che sono 20 milioni. Le scrivessero che c'è al governo Fanfani, forse, lo direbbe: ma detta così è cattiveria.

Occorre invece ammettere che tre cose la signorina ha perlomeno capito: che postura e seriosità contano più dei contenuti, che occorre saper dosare le scollature (Giuseppe Caschetto, agente suo e della sinistra wannabe, le ha raccomandato che nelle trasmissioni dove parla di calcio la scollatura dev'essere più abbondante) e soprattutto pare aver capito, la signorina, che sparare raffiche di domande senza ascoltare le risposte, magari intimando di rispondere risolutamente «sì» o «no» anche a proposito della fissione dell'atomo, ecco, è tutta roba che fa grande giornalista d'assalto.
Detto questo, eccoci finalmente a Grillo e a una situazione che alla D'Amico è scappata di mano subito e senza che la riacciuffasse neppure una volta. Abbiamo avuto un monologo di diciotto minuti dove il comicante ovviamente ha insultato a destra e a manca, ma ha pure ripetuto concetti e situazioni già da tempo sbugiardate. Ma non ci ha fatto mancare generiche preziosità come questa: «I cittadini si sono rotti i c... i di quella gente che avete lì in studio». E la gente in studio intanto restava silente, passiva, fatalista come col maltempo: erano il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, il sottosegretario allo Sviluppo economico Adolfo Urso, Bruno Tabacci dell’Udc e il collega Sergio Rizzo. Difesi da chi? Da una conduttrice che nei venti minuti ha biascicato le seguenti frasi: 1) «Sottolineiamo la trasparenza con cui quest'azienda ti accoglie a braccia aperte e sta cambiando tante cose, e tu lo sai»; 2) Beppe, io... »; 3) Beppe, proviamo a raccontare anche come si cambia tutto questo... ?»; 4) «Beppe, tu hai detto una cosa che mi ha fatto molto piacere...».
A quel punto, quando a intervenire ha provato qualche ospite, ecco le interlocuzioni del buffone: «Stia zitto un attimo che poi me ne vado»; «Fammi parlare», «No no no...». Poi ha tentato ancora di raddrizzare in chiave vittimistica tutti i flop degli ultimi due anni. Nell'ordine: «Abbiamo fatto il Vaffanculo day e i partiti ci sono andati, affanculo». Ah sì? A dire il vero Grillo aveva invitato all'astensione, e alle scorse politiche c'è stata una delle affluenze più alte degli ultimi anni. Poi: «Abbiamo raccolto le firme per mandare a casa i parlamentari dopo due legislature». Ah sì? E com'è che allora si è imparentato con l'Italia dei valori per le prossime amministrative? Com'è che per le provinciali alcuni suoi candidati si presenteranno direttamente con Di Pietro? Ce lo chiediamo perché l'ex magistrato di mandati parlamentari ne ha già accumulati cinque, per un totale di anni dodici.

Infine: «Le nostre firme sono ferme, noi promuoviamo i referendum, ma le ho perse io, le firme?». Sì. Le ha perse lui. Grillo infatti raccolse il grosso delle firme durante il vaffa-day del 25 aprile 2008, firme inutili. Ricordiamo la dinamica che già lo sputtanò l'anno scorso: per proporre un referendum ci vogliono 500mila firme raccolte in tre mesi, ma la legge dice che dal giorno in cui vengono indette le elezioni non si possono depositare firme per altri sei mesi; ed essendo state indette le elezioni il 6 febbraio 2008, significa che Grillo non avrebbe potuto depositarne sino al 7 agosto: dovendo appunto raccogliere le firme in tre mesi, i tre mesi precedenti il 7 agosto partivamo dal 7 maggio, non prima: quelle raccolte prima non valevano, ma Grillo le raccolse lo stesso e soprattutto a ridosso del suo vaffa-day del 25 aprile: firme inutili che lui, nel luglio successivo, consegnò solo per non buttarle via.

Se ci avete capito poco, figuratevi Grillo: resta che ai suoi grillini non disse niente o quasi. A Exit, però, ha citato sospettosamente Corrado Carnevale, capo della Commissione per il referendum in Cassazione: «Avevo davanti Carnevale, di firme ce n'erano la metà...». E certo: c'erano solo quelle valide. E poi suvvia, non se la prenda con Carnevale, che già avrà il suo da fare in purgatorio: è l'uomo che presiedeva, nel 1981, la commissione che promosse Antonio Di Pietro alla carriera di magistrato.