Grillo svela il bluff a sinistra e la casta evoca il fascismo

Ora è diventato Beppe Grillo il sintomo dell’antipolitica. Ci risiamo, dunque. Ogni volta che i nostri governanti di turno diventano consapevoli che non sono in grado di mantenere le promesse fatte ai cittadini, agitano lo spettro dell’antipolitica. Non riescono a realizzare le palingenetiche Grandi riforme? O addirittura stentano semplicemente a governare l’ordinaria amministrazione dello Stato? Basta evocare lo spettro dell’antipolitica che minaccia la democrazia e il gioco è fatto.
State attenti, ci ammoniscono con toni enfaticamente allarmati i nostri governanti di sinistra. È vero che, nonostante il nostro illuminato governo, le famiglie italiane sono diventate più povere. È vero che piuttosto che realizzare le riforme, moltiplichiamo amene comunità montane nelle località marine. È vero che siamo una casta di privilegiati che, per mantenersi, preleva dalle vostre tasche ben duecento milioni di euro all’anno. Che equivalgono al «costo della politica» di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito messi insieme.
Però state attenti, ci dicono. Perché se tutto questo è vero, è altrettanto vero che il pericolo più insidioso che minaccia la nostra democrazia è l’antipolitica. Che rischia di liquidare le basi della nostra convivenza civile. La minaccia più pericolosa ora sarebbe insomma rappresentata dal giullare Beppe Grillo. Con il suo blog e qualche centinaio di migliaia di suoi fans. Suvvia, non lasciamoci infiocchettare da questa rituale favola dell’antipolitica. Una astuta invenzione della politica. Di quella politica arrogante, cialtrona e inefficiente che ha invaso le istituzioni e ha sostituito il potere dello Stato con il potere delle oligarchie dei partiti. Una «casta» - come ora si dice - che ormai «se ne frega del popolo che l’ha eletta e tutela solo se stessa», come ha scritto Piero Ostellino sul Corriere della Sera.
E la «casta», quando l’opinione pubblica diventa insofferente e comincia a mugugnare per una politica che si ritira in se stessa, preoccupandosi soltanto di consolidare il suo potere, si sente minacciata. Ecco allora che salta fuori l’antipolitica. Un antidoto sempre molto efficace per neutralizzare la traduzione del mugugno sociale in fuga di consensi elettorali. Ora dai politici di sinistra viene agitato lo spettro dell’antipolitico Beppe Grillo. Pronto, più o meno consapevolmente, a trascinare la nostra democrazia verso derive autoritarie. Dietro l’angolo, insomma, c’è sempre accovacciato il Fascismo. È un vecchio adagio della storia dell’Italia repubblicana. Se ne evoca a fasi alterne il fantasma minaccioso, per mettere la museruola alla protesta dei cittadini verso le oligarchie dei partiti. Cosicché la «casta» può tranquillamente continuare ad esercitare il suo «dispotismo democratico».
La piantino, dunque, i politici di sinistra di evocare lo spauracchio dell’antipolitica per conservare le loro poltrone. Che pensino piuttosto a ben governare. E se non sono in grado di farlo, salgano al Quirinale. Si tratterebbe della fine preannunciata di un governo. Non della fine antipolitica della politica. Non della fine antipolitica della nostra democrazia.
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