Grillo vuole abbattere il Palazzo ma il Senato gli spalanca le porte

Marini accoglie il comico che gli consegna 350mila firme contro i politici inquisiti. Poi lo ascolta attaccare il Colle senza batter ciglio: quando ha detto
che l’Italia del
New York Times
è la "sua", mi
ha tolto un peso

da Roma

Arriva a Palazzo Madama con i suoi scatoloni e 350mila firme per la moralizzazione della politica e le sue proposte di legge su internet. Arriva pedalando a bordo di un risciò colorato (anche se in realtà è arrivato in macchina), attraendo intorno a se una folla non meno variopinta: «grillini» capitolini (con tanto di striscione), turisti incuriositi, giornalisti di tutto il mondo (se non sono comparse, è un fenomeno quasi divistico), giovani padri che fermano le carrozzine sul marciapiede per ascoltare, e giù una ola da stadio quando varca il portone del Senato, applausi: Vvàaai Beppeèèè!.
Arriva per incontrare il presidente del Senato Franco Marini, la seconda carica dello Stato: ma poi fa precedere l’incontro da una esternazione che contiene almeno tre sciabolate caustiche per la prima carica dello Stato - Giorgio Napolitano, attualmente ancora in America - e lo chiude infilando una formidabile esternazione surreale e zizzaniosa con la terza, Fausto Bertinotti. Cortocircuito comico-istituzionale, Bingo!
Chi non conosce la forza d’urto di Grillo potrebbe pensare che si tratti di uno scherzo, invece è accaduto tutto davvero, ieri mattina, nel centro di Roma, in meno di mezz’ora, quando il comico più temuto dalla politica, in occhialoni da sole panoramici (alla vigilia di Natale!), ha improvvisato un comizio-monologo dei suoi. Beppe si scalda con un paio di battute al curaro sul ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni: «Ma vi rendete conto? Uno che nel suo sito ha scritto: “Siccome sono nato vecchio adesso mi sento giovane”... Ahhhg!». Oppure: «È uno che ha svenduto il wi-max, una delle più importanti tecnologie del momento!». Poi passa all’odiamato Mastella: «Mi manca! Mi manca! Come mi manca! Ma avete visto che siccome gli sommergevano il blog di insulti lo ha chiuso? Eh, eh... la rete non perdona. Gli hanno clonato il sito, e adesso si sfogano sui cloni: andate a vedere, per esempio, su dementemastella.it. Eh, eh, eh!». E poi c’è quella battuta semiseria che suscita addirittura una rettifica presidenziale: «Marini mi ha detto che Bertinotti è molto invidioso perché la sua è la seconda carica dello Stato... Eh... Bertinotti non si è mai ripreso da questa cosa, di essere la terza carica dello Stato e infatti - sorride Grillo - tutti i drammi di Bertinotti nascono da questo». Le istituzioni italiane, si sa, resistono passivamente a tutto, fuorché all’ironia. Ed è così che (il pur ironico) Marini deve precisare tempestivamente per stroncare l’affaire sul nascere: «Grillo è Grillo. Il nome Bertinotti - dice il presidente rispondendo ai cronisti - in poco più di mezz’ora di colloquio non l’ha pronunciato nessuno, né lui né io. Che poi Grillo scenda e prenda in giro me e Bertinotti con le sue battute, non mi meraviglia. Non è che Grillo cambia con mezz’ora al Senato». Fantastico. Anche perché Marini «l’esame» di Grillo sembra averlo superato: «È uno sveglio... una persona perbene... Uno serio e preparato, si stanno rendendo conto di quel che accade» (detto da lui è quasi un santificazione). «Meno bene va al presidente della Repubblica: Napolitano dice che l’Italia «triste» dipinta dal New York Times «Non è l’Italia di Grillo»?. Lui parte in contropiede con una controbattuta secca: «Meno male, mi ha tolto un peso. Infatti questa è l’Italia di Napolitano!». En passant riesce persino a far infuriare l’Ordine dei giornalisti: «L’ha voluto Mussolini per controllare l’informazione. È ora di abolirlo». E subito dopo: «Il prossimo 25 aprile, il giorno della Liberazione, faremo un V-day sull’informazione descrivendo i giornali come uffici marketing dei partiti e i Tg, ormai sfacciati». Di più: «Aprite Corriere della Sera o la Repubblica... Sono tutti uguali, non c’è nulla, solo titoli...».
E poi, ovviamente, gran finale sulla sua proposta di legge per mandar via dal Parlamento i condannati: «Non ha senso che passi o meno questa legge. La legge è già passata nella testa della gente: se chiedete a qualsiasi cittadino se vuole mandare via i pregiudicati dal Parlamento vi dirà di sì. Del resto è passata anche nelle stesse loro teste, non ce la fanno più a resistere, ad avere delle condanne, e vogliono solo un pretesto per potersene andare via». Sarà vero? Intanto, in questa strana sfida a puntate tra la politica e l’antipolitica, continua uno strano paradosso: da Prodi a Napolitano, i politici attaccano Grillo con le battute. E Grillo ribatte usando la comicità per fare politica: «Ho detto a Marini: non dovremmo lasciare lo scettro a quelli più giovani? Ai trentenni? E lui: “Hai ragione, ma io allora dove vado?”». Già.