Grisham rivela: "Scriverò un libro sul delitto di Perugia, soggetto perfetto"

Intervista con il celebre
scrittore ospite dei Panthers
Parma, la squadra di football
americano descritta
nel suo ultimo romanzo. Il giallista innamorato
del Bel paese
"Personaggi da thriller"

Entra in sala con la giacca un po’ spiegazzata e l’aria beata di chi si gode una vacanza. Si rivolge all’ex sindaco di Parma Elvio Ubaldi e gli chiede: «Cosa c’è in cartellone quest’anno al Regio?». Il pubblico in delirio lo guarda rapito, John Grisham scopre un sorriso disarmante, quasi femminile, lontanissimo dalle atmosfere cupe e diaboliche dei suoi legal thriller, poi affonda nei ricordi e nel buonumore: «L’anno scorso ero venuto a Parma per documentarmi sul libro che stavo per scrivere, Il professionista, e sono andato all’opera. In cartellone c’era Otello, io ho telefonato a mia moglie: “Questo spettacolo durerà un paio d’ore”». Il sorriso si trasforma in una risata, tutta autoironica. «Quattro ore, quattro ore è durata l’opera, sono uscito dal Regio dopo mezzanotte. E quel giorno mi ero sorbito quattro ore di football americano in tribuna. Che giornata».
Un anno dopo, lo show si ripete. Ci sono i flash dei fotografi. Montagne di libri da autografare. E poi gli amici, i Panthers, i ragazzi che giocano il football sul prato del Lanfranchi, chiuso dalla ferrovia, e parlano di quarterback e yards e Superbowl con l’accento emiliano che più emiliano non si può. Quarantotto ore di carambola fra scaglie di formaggio, calici di vino, scrosci di applausi sulle gradinate del glorioso impianto. La giacca marrone è sempre più spiegazzata, i sorrisi sono sempre più divertiti, gli occhiali da sole, con le lenti quasi trasparenti, sono l’unico scudo a tutela di una privacy che non c’è. Ma sì, fra le vie di Parma, Grisham potrebbe essere scambiato per un avvocaticchio di provincia, la sterminata provincia americana. Eppure questo signore di 53 anni, una laurea in legge, una carriera legale finita in fretta, ha firmato thriller che hanno fatto il giro del mondo - Il socio, Il rapporto Pelican, La giuria, l’uomo della pioggia - e ha venduto più di duecento milioni di libri.
Quattro anni fa la prima tappa in Italia, a Bologna per Il broker e proprio a Bologna la scoperta che il football era stato clonato anche nel Bel paese. «È stato il mio autista, Luca Patuelli, a spiegarmi che c’era quella realtà anche da voi. Che sorpresa. Così nella mia testa ha cominciato ad affacciarsi l’idea di ambientare un’altra trama in Italia. Ho iniziato a fare ricerche, a verificare, sono andato a Milano, a Roma, a Parma. Parma mi ha affascinato: qua c’è il prosciutto, il parmigiano, storia e cultura, perché non fermarsi qua? In verità sull’atlante avevo segnato tre città adatte alla trama del professionista: Parma, Bergamo e Bolzano che però, l’ho scoperto dopo un po’, è una città tedesca. Ho scelto Parma». E i Panthers. Così la squadra vicecampione d’Italia è stata scaraventata su un palcoscenico planetario: Il professionista, o meglio Playing for pizza, ha già venduto solo negli Usa 2 milioni di copie in sei mesi e presto a Parma gireranno un film. Numeri che hanno lasciato basiti come un tredici miliardario gli stessi atleti, abituati alle dimensioni lillipuziane di uno sport cosiddetto minore e agli applausi di uno sparuto drappello di tifosi.
Per quasi trecento pagine Grisham descrive minuziosamente questi sconosciuti campioni e li fa muovere fra i ristoranti e le case di una città radiografata con puntiglio, quasi inseguendo col navigatore i dettagli della guida turistica. «Mi colpisce degli italiani, e di Parma in particolare, la qualità della vita, la raffinatezza dei modi nel mangiare e nel bere, le bellezze artistiche. Io stesso mi sono ritrovato a camminare per ore da un marciapiede all’altro: una situazione nuova per noi americani perché nelle nostre città è tutto più pericoloso. Certo, qualcuno ha storto il naso: nel Broker e ancora di più nel Professionista, ho raccontato il lato buono dell’Italia, il suo lato migliore».
Può sembrare paradossale. L’autore di tanti legal thriller - il prossimo, L’ultima sentenza, uscirà il 13 maggio - è diventato il cantore dell’Italia, l’ultimo «pittore» in una galleria di acquerelli che fanno tornare alla memoria le pagine di Goethe, di Stendhal, di tanti altri viaggiatori calamitati dal nostro Paese. «Sì, è paradossale - riprende davanti a un caffè - l’Italia è anche il Paese dei delitti, della mafia, della cronaca nera. Questi temi sono frequentati da molti scrittori anglosassoni, forse per questo io ho raccontato il lato solare del Paese, però certi omicidi fanno impressione. Prendiamo quello di Perugia. C’è la studentessa americana sotto accusa, Amanda, di famiglia bene, proveniente da Seattle; poi c’è il fidanzato di lei che è pugliese e poi il presunto complice nero. Forse in futuro potrei dedicarmi a questi temi, sicuramente il delitto di Perugia potrebbe essere l’occasione per un nuovo libro, il terzo ambientato in Italia, la trama è adatta a un thriller. Forse scriverò partendo da quel fatto. Però il tema della criminalità è stato sfruttato da molti scrittori e io poi non conosco la mafia italiana ma quella americana, un fenomeno che sta declinando rapidamente».
Grisham sorride, sfodera il pollice a uso dei telefonini e delle macchine fotografiche che lo immortalano, chiede in continuazione di questo o quel giocatore: «Dov’è Paolo, dov’è Luca, dov’è Ivano? Sono venuto in Italia per incontrare i miei amici e per dare il calcio d’inizio» - ma dalle parti di questo sport anglofono è bene usare l’espressione kickoff - «del campionato di football e della partita fra i Panthers e i Lions di Bergamo. Quando nella scorsa primavera ho scritto Il professionista ho immaginato che la finale del Superbowl sarebbe stata Lions-Panthers, solo che io ho fatto vincere i Panthers. Invece, a luglio, a Reggio Emilia, ho assistito alla vittoria dei Lions sui Panthers, ma va bene lo stesso. Mi sono detto: "John, come sei in gamba, come sei capace di capire questo sport"». L’avvocato sorride compiaciuto, la giacca s’imbarca fra una stretta di mano e una pacca sulle spalle. Grisham scende in campo, la banda intona l’inno americano, lui porta la mano al cuore con una certa teatralità; niente kickoff, il programma viene ridimensionato, ma il creatore di tanti bestseller lancia la monetina che assegna il calcio d’inizio. Poi riconosce un Panther semibarcollante che la sera prima ha fatto le ore piccole in pizzeria con lui e altri compagni di bagordi: «Ma come fai a giocare se alle tre eravamo ancora a tavola?».
Si vede che è innamorato dell’Italia e degli italiani. Conficca dentro il suo vocabolario parole e frasi strappate alla nostra lingua. Gli chiedono cosa mai potrà imparare il nostro sport dilettantistico dai grandi professionisti americani e lui replica con un sonoro: «Niente». Il protagonista del Professionista in qualche modo gli assomiglia, anche se il paragone resta implicito: «Rick è cresciuto come tanti giocatori di football col miraggio della carriera e dei soldi. Poi lascia gli Usa, arriva a Parma e qui scopre che i Panthers giocano solo per la pizza, per l’amicizia, per il divertimento. Così piano piano cambia mentalità, entra dentro quest’altra dimensione, capisce che le vostre città, anche se ci sono quei delitti di cui parlate sui giornali, sono più vivibili».
Anche John si sta italianizzando: «L’estate scorsa sona stato in vacanza sul lago di Como, non nella villa di George Clooney, ma in quella di fianco; leggo i libri di Camilleri, anche se il suo slang si perde in inglese; mi interessa molto, da protestante, la storia della Chiesa, la vostra religione, il Vaticano». Poi c’è quel versante oscuro, il ciglio che guarda verso il burrone della cronaca nera, Cogne, Garlasco, Perugia: a ogni nome evocato scuote la testa con cenni d’assenso, quella Spoon River padana non gli è ignota. «Amo l’Italia». L’Italia in bilico fra bene e male. «Certo - e il sorriso diventa un ghigno - se volessi raccontare il lato negativo andrei più a Sud». Fra munnezze e mozzarelle. «Anche il tema dell’ingiustizia mi tocca da vicino: non solo la vostra ma quella universale; l’ingiustizia che colpisce i poveri, i deboli, gli immigrati. Intanto mi sono fermato a Parma: ammiro questi giocatori, la loro passione, il loro coraggio, il loro idealismo».
Lo scrittore si contorce sul seggiolino del Lanfranchi, si consulta con Luca Patuelli, l’autista che gli ha aperto il piccolo scrigno del football nostrano, delle Pantere, dei Leoni, dei Rhinos di Milano, col loro armamentario lucente di caschi e spalliere, e il piccolo sgargiante codazzo delle cheerleader. «L’altro football, il vostro soccer, quello dell’Inter e della Juventus, non lo capisco: a mia figlia, quando aveva cinque anni, ho fatto tirare quattro calci. Ma non sapevo le regole, lei ha smesso. Però, vorrei incontrare Materazzi, oltre a Fellini e Sophia Loren, e chiedergli cosa ha detto quel giorno a Zidane».