Grossi, il giudice smentisce i suoi periti: "No alla scarcerazione"

Il re delle bonifiche arrestato il 20 ottobre scorso
con l’accusa di corruzione, appropriazione indebita e frode fiscale,
rimane dov’è: nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San
Paolo

Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche arrestato il 20 ottobre scorso con l’accusa di corruzione, appropriazione indebita e frode fiscale, rimane dov’è: nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Ieri, infatti, il gip Fabrizio D’Arcangelo ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali dell’imprenditore, gli avvocati Massimo Pellicciotta e Salvatore Pino, andando contro lo stesso parere dei due periti da lui nominati, secondo i quali il quadro clinico era tale da renderlo incompatibile con il regime di detenzione. Non era così per la Procura, che aveva espresso parere contrario alla scarcerazione di Grossi. E, soprattutto, non è così per il giudice.
Secondo D’Arcangelo, dunque, l’imprenditore - al centro dell’indagine sul riciclaggio di fondi neri legati alla bonifica dell’area di Montecity-Rogoredo - può rimanere (ed essere eventualmente curato) nella «cella» dell’ospedale, nonostante i suoi consulenti lo avessero descritto come un «soggetto gravemente cardiopatico essendo affetto da cardiopatia dilatativa in esiti di infarto miocardico», sottolineando come «anche un modico evento che richieda l’aumento della performance cardiaca, ad esempio, un episodio febbrile rilevante potrebbe determinare una condizione di insufficienza cardiaca, ossia di scompenso funzionale che potrebbe risultare di particolare gravità». E «la detenzione - avevano concluso i periti - rappresenta un evidente fattore capace di peggiorarne le condizioni di salute».
Sullo stato fisico di Grossi, in realtà, si sono accavallati pareri discordi. Perché prima del gip, e prima dei suoi periti, si era già espresso anche anche il tribunale del Riesame. «Le sue abitudini di vita - avevano scritto i giudici lo scorso 17 novembre - dimostrano come l’indagato non sia limitato dalla cardiopatia». Per i legali dell’imprenditore, però, «non si può far rischiare la vita a una persona arrestata per una storia di frode fiscale e che ha già fatto tra l’altro ritornare dall’estero 12 milioni di euro e altri 13 milioni sta pagando di tasse». Anzi, il San Paolo «è peggio di San Vittore, perché Grossi è costretto in pochi metri con altri tre detenuti mentre in carcere ce n’era uno solo. In più, essendo cardiopatico, ha bisogno di muoversi e non lo può fare per la presenza di attrezzature mediche».