Grossi, se l’amicizia è una moto che scoda Ma alla fine vince

«Eccomi lì, la mano poggiata sul vecchio telefono grigio dei miei, imbambolato, mentre l’eco di quella frase maledetta prendeva a tuonarmi nella testa. Pareva il lento avanzare di un terremoto, e la parte più lucida di me intuì subito che dalla scossa non sarebbero riemerse che macerie». È l’incipit, rotondo e suadente, di Incanto (Mondadori), di Pietro Grossi (nel tondo), non il solito romanzo di formazione né il tipico peana sull’età incerta. Non contiene ritratti di gente triste, in lotta con il mondo, ma quelli di ragazzi alla ricerca di se stessi attraverso un tema caro all’autore fiorentino fin dagli esordi: la sfida sportiva come metafora dell’esistenza.
Se in Pugni era il mondo della boxe a fare da sfondo alle vicende umane di quei personaggi della provincia italiana che Grossi ama molto, in questo nuovo romanzo accanto alla voce narrante di Jacopo, gli amici dell’infanzia Greg e Biagio, quelli che incontrerà nei soggiorni di studio all’estero, l’autentico protagonista è la «Stradaccia», un nastro asfaltato che taglia in due le colline toscane e che, a guardarlo bene, vien voglia di percorrerlo ad alta velocità, provando le curve in piega, sfidando il limite di un tempo da record, 2 minuti e 10 secondi. Quando c’è una strada ci deve essere una moto, non una qualunque ma proprio lei, la “Sandra”, rottame di una Gilera abbandonata che il burbero meccanico Paolino ricostruisce pezzo per pezzo. Come abbia fatto a ricostruire un bolide da record, in gran parte fuorilegge (il Maresciallo del paese chiude un occhio) non è dato saperlo, ma proprio queste pagine di preparazione sono tra le più belle del libro. La conoscenza dei segreti del motore, saperlo ascoltare e interpretarlo, la pulitura dalla ruggine e la verniciatura corrispondono a ciò che Grossi pensa a proposito dei meccanismi della scrittura. C’è come una passione artigiana per le parole e le frasi, immediatamente traducibili in immagini, ideali storyboard per sceneggiature, come è stato nel caso di Cavalli, tratto dal secondo racconto contenuto in Pugni.
Alla moto, infatti, si lega il destino dei giovani uomini, perché un conto è saper guidare, un altro non aver paura, sfidare la morte, prendere la vita ignorando cosa ci sarà dietro la prossima curva. Per chi sente pulsare l’anima del biker, i passi in cui nessuno riuscirà mai a battere la “Sandra”, neppure un’Honda bianca e blu, suonerà come una rivincita dell’italiano (si parti di motociclismo o di lingua) sulla tecnologia perfetta e senz’anima dell’industria nipponica o della lingua globale. La Gilera scoda, è rabbiosa e incontrollabile eppure al traguardo per prima ci arriva sempre. Per i secondi non c’è posto e chi perde la sfida deve abbandonare il sogno.
Ai tre amici del libro sono riservati altrettanti destini che la sorte ha scritto per loro in maniera del tutto casuale. Jacopo, avendo compilato per caso una cartolina trovata in un libro, viene ammesso alle migliori università britanniche e diventerà un fisico di prestigio. Greg, abituato fin da giovane a maneggiare denaro, si dedica ad operazioni di finanza mentre Biagio, il talentuoso primatista della “Sandra”, accetta, non senza la ritrosia del suo ombroso carattere, di correre sulle moto vere, nel mondiale classe 500. Eppure qualcosa si interrompe, come un sentiero cieco.