Grossman-Tamaro, la forza dello spirito

da Gerusalemme

L’auditorioum Handler era gremito ieri all’Università sul Monte Scopus. L’appuntamento era il dialogo tra David Grossman e Susanna Tamaro organizzato dall’Istituto italiano di cultura nell’ambito del convegno per il 60 anniversario dello Stato di Israele, concomitante alla visita del presidente Giorgio Napolitano. Per più di un’ora, il romanziere di successo, impegnato sul fronte del pacifismo, della mano tesa ai palestinesi, e la scrittrice italiana più letta nel mondo, famosa per le sue battaglie contro il politicamente corretto, hanno messo in scena una recita a soggetto, dal titolo «La forza dell’interiorità». Sollecitati da Marina Valensise, hanno raccontato di sé e del loro modo di scrivere, mettendo a nudo la loro vocazione, la loro idea di letteratura e la loro forma di impegno. Alla fine, ciascuno ha rivelato qualcosa di intimo e inatteso, sfiorando il tema della metafisica e della religione, della fede e del fanatismo.
Molte sono le affinità che li uniscono, ha ricordato la moderatrice: stessa generazione, i due hanno vissuto le contraddizioni del dopoguerra; stesso genere, slittano dal maschile al femminile e viceversa, attraverso una forma sofisticata di dissimulazione sessuale; stessa specie, sono due autori senza tempo o fuori del tempo, entrambi vecchi e contemporaneamente bambini, e autori di libri per l’infanzia. E in fondo, condividono anche la stessa esperienza paradossale della storia e della geografia: David Grossman, figlio del sionismo realizzato, del «miracolo» dello stato ebraico, nato non da due sopravvissuti allo sterminio, ma da un ebreo polacco arrivato qui bambino, e da una ragazza di Gerusalemme; Susanna Tamaro, legata al Confine orientale, ha vissuto l’infanzia all’ombra della cortina di Ferro con la tragedia delle foibe sullo sfondo. «Da piccola giocavo sui prati che respiravano ancora la guerra e il dramma delle foibe», ha confessato. E anche Grossman non è stato da meno, quando ha rivelato che l’interesse per la Shoah è nato dalla «necessità di capire come fosse stata possibile».
I due, poi, per quanto affini nel fare dell’interiorità il motore della loro narrativa, sono risultati diversissimi nell’uso del romanzo. La Tamaro ha detto di scrivere rapidamente, quasi di getto, dopo lunga preparazione, andando a cercare dentro di sé «quella voce interiore» che quando ti chiama si riconosce subito, e senza minimamente badare all’influenza sul lettore. «Quando scrivo sono fuori dalla vita reale, mi occupo dei fiori, e questo basta a darmi il senso della vita», ha detto la scrittrice italiana. Grossman non può vivere fuori dalla vita reale. Ha detto di scrivere lentamente, di abbandonarsi a un processo cumulativo, dove l’immaginazione insegue l’esperienza, e dove per esempio per raccontare il viaggio a piedi in Galilea di Orah e Avram, personaggi del suo ultimo romanzo, lui stesso si è messo in viaggio, domandando a tutti quelli che incontrava di dirgli quale fosse il loro rimpianto, la loro nostalgia.
Poi si è parlato di tecnica e strumenti: del racconto imploso e senza un centro che predilige Grossman, dove ogni filo parte per la sua strada, salvo poi intrecciarsi inaspettatamente con mille altri, mentre la Tamaro insegue un ordine classico, più compatto e cronologico della nazione. Nessuno dei due, però, ha voluto dare un significato particolare alla struttura narrativa; entrambi hanno ammesso di seguire l’inconscio, il dettato dell’anima: la Tamaro, aperta al mistero, al dono sovrannaturale della «voce», Grossman ossessionato dal controllo del meccanismo romanzesco. «Scrivere mi aiuta a controllare i sentimenti» ha detto l’israeliano, citando il saggio dell’esordio sui territori palestinesi, l’urgenza di capire il rapporto tra occupati e occupanti, oppure Vedi alla voce: amore, il primo romanzo sulla Shoah e infine Il Cerbiatto, l’ultimo romanzo, dove tutto l’artificio narrativo che avvolge il personaggio della madre, consiste nel «proteggere il figlio militare per evitare che venga ucciso in missione».
A quel punto, è stato chiaro che dal romanzo si stava scivolando nella metafisica. E infatti, l’ultima parte del dialogo tra Grossman e la Tamaro ha toccato il tema del mistero, della trascendenza, della fede, rivelando tra loro la massima distanza. Se per l’italiana è lo stupore di fronte alla natura, alla varietà del creato, a permettere la conoscenza della realtà e la sua stessa descrizione, per l’israeliano non c’è alcun spazio per la metafisica e il mistero. «Non che non sia religioso - ha detto Grossman - ma non lo sono nel senso di “Adam dati”, votato a Dio, bensì lo sono nel senso di “religiosi”, ovvero nel senso di uno che cerca di dare un significato a tutto ciò che ne sembra privo». «Io cerco di dare ordine al caos», ha detto usando il termine biblico “Tohu” che compare nel libro della Genesi. «È importante che non sia credente. È importante per me essere consapevole di vivere in un mondo senza Dio, di esistere senza una protezione che protegga l’umanità. Voglio vivere nella paura, voglio sentire che non c’è nulla che mi protegga oltre le cose create da me stesso». Un sogno di onnipotenza creatrice? Un ateismo volontario per un ebreo che per vivere in Israele deve abrogare Dio? «Una vita triste...» ha commentato sussurrando la Tamaro, che invece insisteva, da parte sua, sull’energia vitale legata al senso del mistero, allo stupore che provoca la natura e la bellezza del creato. L’incontro dunque rischiava di finire in un dialogo tra sordi, e invece alla fine i due si sono scoperti affratellati da una comune missione. «Vorrei che fossimo più sensibili gli uni con gli altri», diceva Grossman due anni fa nell’orazione funebre per il figlio soldato morto sul Fronte. E ieri tutti hanno capito che è questo per entrambi il senso profondo che essi danno alla letteratura.