Un gruppo di aderenti a Progetto Comunista, tutti in corsa per la Camera, rilancia le posizioni sul Medio Oriente del leader trotzkista «rinnegato» da Bertinotti Sette nuovi Ferrando minacciano l’Unione Il documento firmato dai candidati del Prc: «I m

Pronti a rompere col Professore: «La lotta all’imperialismo per gli oppressi non può essere subordinata alla coalizione»

Luca Telese

da Roma

«La resistenza irachena? Un diritto del popolo di reagire all’occupazione militare». Dire che è una rogna è poco. Non si è ancora spenta l’eco del caso Ferrando, continua ad infuriare la polemica su Francesco Caruso e le sue prese di posizione sugli scontri di Milano, ed ecco che sull’Unione e sui suoi precari equilibri in politica estera si abbatte una nuova tegola. Un documento unitario firmato da sette candidati della corrente Progetto Comunista alla Camera - tutti attualmente inseriti nelle liste del Prc - che difendono e rilanciano le posizioni del leader dell’area trotzkista sul Medio Oriente che un mese fa causarono la sua esclusione dalla competizione (decisa da Bertinotti in meno di 48 ore, dopo una intervista al Corriere della Sera).
Il documento dei sette si potrebbe definire, con una parafrasi viscontiana, «Ferrando e i suoi fratelli». Nel senso che «i sette» creano alla coalizione e al partito di Fausto Bertinotti un problema di questo tipo: ma se Ferrando è stato eliminato dalle liste per la sua linea politica, come possono correre altre sette persone che hanno le sue stesse idee? E se non si escludono loro, perché deve essere escluso Ferrando? Anche perché, a liste ormai chiuse, è impossibile qualsiasi provvedimento, tranne la rinuncia autonoma degli interessati. Possibile? Nemmeno per sogno. A spiegarlo è proprio Ferrando: «Faremo una campagna autonoma, con una base programmatica autonoma rispetto a quella dell’Ulivo. Non voglio nemmeno prendere in considerazione l’idea che la direzione del partito possa assumere dei provvedimenti contro questi sette compagni, sarebbe una scelta scellerata».
Ma cosa scrivono i sette? Ecco alcuni saggi del loro documento: «La lotta contro l’imperialismo e a fianco dei popoli oppressi non può essere subordinata all’Unione. Per questo, rifiutando ogni censura, facciamo nostre pubblicamente le posizioni espresse da Marco Ferrando in piena coerenza con il nostro impegno di comunisti. E porteremo queste posizioni nella manifestazione nazionale del 18 marzo a Roma». I nomi dei firmatari? Eccoli: Luigi Sorge, Patrizia Granchelli, Pippo Marchese, Giuseppe Casarella, Manfredi Storaci, Fabrizio Montuori e Giorgio Magni. Ovviamente corrono in posizioni non vantaggiose, ma per Bertinotti costituiscono un problema, più che elettorale simbolico. Se non altro perché le loro posizioni sono condivise da una ampia fetta di militanti che rivendicano «il diritto di resistenza del popolo iracheno». I sette non fanno troppi complimenti: «Denunciamo gli interessi dell’Eni a Nassirya - dichiarano i candidati di Progetto comunista - come ragione fondante della partecipazione italiana all’occupazione militare dell’Irak, e per questo denunciamo le responsabilità politiche e morali del governo Berlusconi-Fini per la morte dei soldati italiani a Nassirya. Denunciamo i crimini di guerra di tutte le truppe d’occupazione in Irak, inclusi i crimini compiuti dalle truppe italiane nella battaglia dei ponti a Nassirya, con l’uccisione di 25 civili iracheni, tra cui molte donne e bambini; rivendichiamo il diritto di resistenza del popolo irakeno contro tutte le truppe di occupazione, che è altra cosa dal terrorismo religioso fondamentalista». La preoccupazione di distinguersi dalle parole d’ordine più farneticanti è chiara: «Non ci appartiene lo slogan 10, 100, 1000 Nassirya, apparentemente radicale in realtà subalterno al fondamentalismo; rivendichiamo invece l’incontro tra la resistenza popolare armata e la sollevazione popolare dei lavoratori iracheni e delle masse diseredate di quel Paese. Per rilanciare su queste basi un movimento di lotta per il ritiro immediato di tutte le truppe imperialiste dall’Irak - conclude la nota dei sette - è necessario che tutte le sinistre, tutte le rappresentanze di movimento, rompano con Prodi e il centro dell’Unione unendo le proprie forze attorno ad un programma indipendente. In ogni caso per questo noi ci batteremo. Durante e dopo la stessa campagna elettorale».
Che reazione produrrà dentro Rifondazione questo documento? Difficile dirlo. La speranza di Ferrando e dei suoi compagni, ovviamente, è quella di aprire un dibattito che renda visibili le contraddizioni di linea fra il segretario e un pezzo non piccolo della sua base. E sarebbe già una vittoria se il segretario, considerando che la locomotiva delle liste è già partita, fosse costretto a ignorare la presa di posizione. Su un punto, però, il leader della minoranza non vuole equivoci: «Questo per noi non è una provocazione, un giochino, anzi. È l’inizio di una campagna politica di verità».