Il gruppo «XXII Ottobre» e la complicità di Genova che prestò il fianco alle Br

Negli anni ’70 Genova, fu teatro delle azioni terroristiche di gruppi armati di area comunista, inizialmente noti come gruppo XXII Ottobre e conosciute in seguito come Brigate Rosse, la città fornì il brodo di cultura, dove nacque e prosperò il fenomeno terroristico delle Br, che imperversarono in tutta Italia anche se con maggiore ferocia nel Nord Italia, a volte sotto sigle diverse ma sempre con lo stesso orientamento ideologico. A Genova, città tradizionalmente comunista, le Br godettero anche di simpatie e complicità, da parte di determinati ambienti. Il fenomeno, inizialmente, non fu compreso dalle istituzioni in tutta la sua gravità, poté quindi crescere ed espandersi sino a mettere in difficoltà lo Stato democratico.
A Genova molti insospettabili fiancheggiatori sostennero i brigatisti permettendogli di nuotare «come pesci in uno stagno» e di non essere individuabili tra un omicidio e l’altro. Come ebbe a dire la Rossanda, i Brigatisti erano parte integrante della «foto di famiglia» del Comunismo nostrano e internazionale, con tutti gli annessi e i connessi del movimento politico a cui si ispiravano. Le Br si erano date una struttura politica ed organizzativa complessa, partecipavano a riunioni politiche, le cosiddette Direzioni Strategiche in cui elaboravano piani per colpire lo Stato e soprattutto assassinare i servitori dello Stato che li contrastavano.
I comunicati con cui le Br rivendicavano i loro crimini, le faceva apparire come deliranti, verbose e anche ossessive ma dietro a quei ciclostilati c’era un forte desiderio di prevaricare e di uccidere.
Le strategie militari delle Br erano indubbiamente mutuate dalla guerra partigiana delle Gap e delle Sap che ammazzavano i Repubblichini per le strade, nei locali pubblici, sui mezzi di trasporto, ovunque se ne presentasse la possibilità. I brigatisti usavano anche la metodologia dei tribunali dell’immediato dopoguerra, che condannavano in modo inappellabile i prigionieri fascisti ad esecuzioni sommarie. Le armi usate nelle prime azioni provenivano quasi certamente dai depositi clandestini del dopoguerra. Queste armi tornarono utili ai «nipotini» dei partigiani comunisti, almeno nel periodo iniziale.
Una delle primissime azioni avviene il 2 marzo 1971: Alessandro Floris, portavalori Iacp viene ucciso in una rapina compiuta dal gruppo terroristico XXII Ottobre. Egli ha avuto il coraggio di reagire ai due rapinatori che gli strappano le buste paga dei dipendenti. Floris con grande coraggio, aggredito e percosso, tenta di bloccare i killer mentre fuggono su una Lambretta, si aggrappa ad una caviglia di uno dei due, che gli spara con una calibro 38 uccidendolo. Per questo gesto eroico Floris si meritò la medaglia d’oro al valore civile.
Le Br iniziano ufficialmente la campagna genovese con un sequestro eccellente: il giudice Mario Sossi, rapito il 23 maggio 1974, con una azione spettacolare, effettuata da 20 brigatisti con 7 autoveicoli. Sossi è un sostituto procuratore della Repubblica, noto per le sue azioni moralizzatrici nei confronti degli edicolanti che esponevano riviste pornografiche, ma ai brigatisti rossi interessa perché in quei giorni sosteneva l’accusa contro gruppi terroristici. Nel corso del suo sequestro, Sossi verrà interrogato, «processato» e condannato a morte senza tuttavia essere ucciso. Durante una direzione strategica, nascono delle divergenze sulla gestione del rapimento, e i brigatisti si scontrano nel loro interno. Viene chiesta per la sua liberazione, la scarcerazione di alcuni terroristi detenuti e il loro trasferimento in Algeria oppure Cuba o Corea del Nord, che rifiutarono di ospitare i detenuti. Fallita la trattativa, Sossi fu liberato a Milano, in periferia. Il giudice da solo a piedi raggiunse una caserma dei Carabinieri e tornò a Genova. Con questa azione, le Br dimostrarono di essere efficienti sul piano miliare ed organizzativo.
Nel maggio del ’74, entra in scena il Generale dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che dopo aver valutato dieci ufficiali Dell’Arma, crea il Nucleo speciale antiterrorismo con base a Torino. Questo reparto inizia una azione di contrasto molto efficace contro le Br usando il metodo degli agenti infiltrati.
Le Br genovesi intanto, alzano il tiro, l’8 giugno 1976: Francesco Coco, procuratore generale, il brigadiere della polizia Giuseppe Saponara e l’agente Antiaco Deiana sono freddati da due distinti gruppi di fuoco che agiscono in coordinazione tra di loro e a breve distanza. I terroristi attendono Coco all’inizio della salita di S. Brigida, una antica stradina in salita che il procuratore per rincasare deve percorrere a piedi.
In tre, armati di pistole e di una mitraglietta Skorpion, (di fabbricazione cecoslovacca) con silenziatore lo aspettano all’imbocco della salita. Coco scese dall’auto di servizio alle 13.38, il brigadiere Giuseppe Saponara a breve distanza, insieme iniziano a salire; i terroristi aprono il fuoco da pochi metri, a tradimento, Coco e il brigadiere cadono morti quasi senza sapere cosa è successo. L’appuntato Antiaco Deiana rimasto in macchina, al volante, ma prima che potesse reagire, due terroristi gli sparano uccidendolo. Dopo qualche ora gli omicidi vengono rivendicati a Savona con un volantino dal sedicente gruppo «Nuovi partigiani», ma viene smentito da un ulteriore comunicato, molto più «tecnico» e «professionale» il quale come al solito, gronda odio classista, che viene da lontano: «Il tribunale del popolo ha deciso di porre fine al suo bieco operato e lo ha condannato a morte. Ora questa sentenza è stata eseguita e gli aguzzini del popolo possono stare sicuri che se il proletariato ha una pazienza infinita ha anche una memoria prodigiosa, e che alla fine niente resterà impunito».
Il primo giugno '77 prende avvio la campagna contro i giornalisti, soprattutto quelli poco inclini ad entusiasmarsi per le stragi, l’azione è orientata a «disarticolare la funzione controrivoluzionaria svolta dai grandi media». Viene ferito Valerio Bruno, del Secolo XIX della redazione genovese, i terroristi hanno anche bisogno di soldi per poter vivere in clandestinità e allora iniziano ad autofinanziarsi con un rapimento di un personaggio famoso, quello dell’armatore Costa, che avviene nel gennaio 1977 e termina con il pagamento di un riscatto di un miliardo e mezzo e la conseguente liberazione dell’ostaggio il 3 aprile.
Il 21 giugno 1978 il Commissario di polizia Antonio Esposito viene ucciso da ben 12 pallottole mentre è sul bus 15, diretto al Commissariato di Genova Nervi di cui era il dirigente. Il Commissario in passato, mentre era alla Squadra Politica della Questura di Torino aveva effettuato importanti arresti di terroristi rossi, fra cui Giuliano Naria, considerato uno degli assassini del Giudice Coco. Esposito, funzionario onesto ed efficiente, lascia una moglie e due bimbi.
Nell’agosto del ’78 Dalla Chiesa ottiene poteri speciali per la lotta contro il terrorismo, e coordina le Forze di polizia e gli Agenti informativi, crea un reparto operativo speciale alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno Rognoni, con particolare riferimento alla lotta alle Br e alla ricerca degli assassini di Aldo Moro.
Successivamente le Br rompono un tabù, si accaniscono su un sindacalista, il 24 gennaio 1979, uccidono Guido Rossa, militante del Pci e delegato della Cgil, il suo torto era quello di aver denunciato un altro operaio della sua fabbrica che distribuiva volantini delle Br. Rossa, ritenuto responsabile dell’arresto dell’operaio dell’Italsider Francesco Berardi (24 ottobre ’78), viene colpito senza pietà. I due brigatisti che lo attaccano sono Riccardo Dura e Vincenzo Guagliardo. Guagliardo ferisce in prima battuta Rossa con tre colpi di pistola, mentre il Dura lo finisce con la sua pistola affermando che «le spie vanno uccise». I terroristi rossi, comunque, individuano i principali nemici nelle forze dell’ordine e soprattutto nei carabinieri, il 21 novembre 1979, alle 7.10, una pattuglia formata dal Maresciallo Vittorio Battaglini, comandante del nucleo radiomobile, e dal Carabiniere Mario Tosa, fanno una sosta al Bar Angelo di Via Monti, in pieno centro a Genova per il solito caffè. Il gruppo di fuoco delle Br entra in azione e li ammazza a tradimento, attorno ai due caduti, si contano 11 bossoli calibro 9 mm. Una telefonata ad un quotidiano genovese rivendica l’azione alla Colonna Berardi delle Brigare Rosse.
Il 25 gennaio 1980 i brigatisti rossi uccidono addirittura un colonnello dei Carabinieri, Emanuele Tuttobene e il suo autista, Antonino Casu, mentre procedono sull’auto di servizio. Tuttobene è il comandante dell’Oaio (Operazioni, addestramento, informazioni, ordinamento). L’attentato viene rivendicato alle 14.00 alla redazione del Secolo XIX dalla Colonna Francesco Berardi. La misura è colma, i terroristi manifestano tracotanza e ferocia, lo Stato reagisce: scatta l’azione del Nucleo Speciale del Generale Dalla Chiesa che si svolge la notte del 28 marzo 1980, in via Fracchia, ad Oregina, in un covo situato in una abitazione di proprietà di Anna Maria Ludman, una brigatista atipica che non era in clandestinità. Dopo giorni di indagini accurate ed approfondite e di pedinamenti i Carabinieri, un gruppo misto di Genova e Milano, individuano l’abitazione e localizzano i brigatisti rossi all’interno, fanno irruzione nel covo, ne nasce una violenta sparatoria che ha come bilancio un carabiniere ferito ad un occhio e quattro brigatisti uccisi con le armi in pugno: la Ludman, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Riccardo Dura (lo spietato assassino di Guido Rossa). All’interno dell’appartamento fu trovato un vero arsenale comprese alcune bombe a mano.
Questa azione vincente dei Carabinieri fu un vero colpo di maglio per le Br a Genova e non solo. Lo Stato e le sue Forze di polizia avevano dimostrato efficacia e metodo nelle indagini, capacità di azione militare e determinazione nello scontro armato, sino alle estreme conseguenze, dimostrando all’opinione pubblica, ai media e soprattutto a chi voleva trattare con i terroristi che se esisteva la volontà politica, si poteva eliminare il terrorismo rosso. Uno degli obiettivi delle Br era proprio quello di accreditarsi come esercito di liberazione e come elemento di disarticolazione dello Stato. Attraverso moltissimi sacrifici, tramite eroismi individuali e collettivi, gli uomini migliori presenti all’interno delle Forze dell’ordine seppero sventare uno dei più pericolosi nemici della Democrazia e della Libertà.
Ora che quegli anni di piombo sono lontani, le strade di Genova sono costellate di targhe a rendere onore ai caduti magistrati, carabinieri e poliziotti morti nell’adempimento del dovere, combattendo una guerra vera e propria, in difesa della libertà e della convivenza civile, a loro va la gratitudine dei cittadini per bene.