«Guai se li consideriamo delle non persone»

Giandomenico Sacco, docente universitario, primario di neurologia a Lavagna e al Galliera, già consigliere e segretario dell’Ordine dei medici. Il professionista che ha avuto in cura negli ultimi mesi Anita Giordano ha un’esperienza cinquantennale di pazienti ridotti a quello che in termini sbrigativi vengono definiti «vegetali». Un esperto che teme non poco la deriva che si vorrebbe prendere in tema di testamento biologico ed eutanasia, usando il grimaldello dell’accanimento terapeutico.
Di pazienti dati per morti ne ha visti centinaia?
«Sì, ma bisognerebbe distinguere tra tante diverse tipologie di casi. Spesso si fa confusione ed è comunque molto difficile prevedere o stabilire per legge ogni singolo caso».
Impossibile fare qualcosa dunque?
«Il problema è individuare un altro motivo discriminante. È la definizione di persona che deve essere chiara. Ritengo ci si trovi di fronte a una persona ogni volta questa abbia un’integrità anche parziale, anche minima della corteccia cerebrale emisferica».
È una premessa per parlare del testamento biologico?
«Andiamo al punto? In caso di volontà espressa dal paziente spero che comunque la legge lasci spazio al tradizionale esperto buon senso e alla dolce umanità dei medici curanti. A loro si spera spetti sempre l’ultima parola sulla sospensione delle cure a una “non persona”. E non all’omicidio di una “nuova persona non consapevole”».
In che senso «nuova persona»?
«Nel senso che il testamento biologico lo fa una persona in una determinata condizione di salute. Quando si trova in una diversa situazione cambia. Prendo il caso di Anita Giordano. È come se ci fosse stata un’Anita 1 e un’Anita 2. La prima avrebbe voluto morire, la seconda si è aggrappata con coraggio e tanta forza alla vita».
Ne è certo?
«Ho infiniti casi vissuti direttamente. Il problema è che ci si ostina a perseguire la strada preconcetta dettata dalla spinta laicista che vorrebbe inserire nel codice deontologico medico questa tendenza a non osservare l’esperienza, la realtà. O meglio, la si vede ma la si ignora».
E queste persone continuano a vivere?
«Arrivo a dire che la seconda persona può essere migliore della prima. La nuova persona, spessissimo, cerca, riceve e dà amore, che poi dovrebbe essere la cosa più importante per cui viviamo. Parlo anche di amore fisico, di contatto. Una carezza, un bacino, un’emozione condivisa. Vedo come le infermiere e le suore con cui lavoro si affezionano a queste persone, come partecipano, come sono profondamente tristi quando vengono a mancare».
Queste persone non si rifiutano per come sono?
«Basta osservare come combattono con il loro fisico. Anche coloro che escono dallo stato vegetativo sono “brutti” a vedersi, ma allora che facciamo? Torniamo alla rupe tarpea?. Buttiamo i rottami di una catena di smontaggio? Occorre vigilare. E mettere un punto fermo: che una persona è tale finché è in grado di provare e di sentire qualcosa. Non necessariamente di dimostrare una reazione».