Con Gualazzi l’Eurofestival mette l’abito da sera

Si fa presto a dire Eurofestival. Tutti (o quasi) hanno idea di che cosa sia – sostanzialmente il gran premio europeo del pop – ma l’Italia non ci partecipa dal 1997 e perciò l’altra sera su Rai5, quando Raffaella Carrà ha commentato la semifinale della gara che quest’anno va in onda da Düsseldorf, sembrava quasi un battesimo. Ma domani per la finale su Raidue, quando dagli studi Dear di Roma farà uno show parallelo (regia Sergio Japino, nostalgia canaglia), l’atmosfera sarà quella dell’evento, se non altro perché è il ritorno in pompa magna di Raffa in prima serata e perché lassù in Germania c’è un italiano, Raphael Gualazzi, che ha vinto Sanremo giovani con Follia d’amore (qui ribattezzata Madness of love) e che l’Europa un po’ inizia a invidiarci. Anzi, i bookmakers lo danno pure vicino alla vittoria più o meno alla pari dei Blue riuniti per l’occasione. Se vincesse questo strambo marchigiano trentenne, un talento che si è lasciato fulminare dalla musica nata nei bordelli di New Orleans, il ragtime, ossia uno dei padri del jazz, non sarebbe neanche un dettaglio da poco: l’anno scorso a Oslo ha vinto Lena e il suo brano, Satellite, per un po’ ha superato nelle classifiche europee persino il waka waka di Shakira. Tutto dire.
In fondo l’Eurofestival, che noi chiamiamo così per abitudine ma ormai si è proclamato «Eurovision song contest», è nato nel 1956 grazie all’invidia per il Festival di Sanremo e da allora ha cambiato regolamento, ha allargato a dismisura i partecipanti (7 all’inizio, ora 43) e si è preso il lusso di cadere qui e là nel trash come quando, nel 2006, hanno vinto i finlandesi Lordi, vestiti come uomini di Neanderthal e corredati da musiche stile Kiss. Però ha anche consacrato gli Abba nel 1974 (batterono Gigliola Cinguetti, vincitrice dieci anni prima) e Celine Dion, che per i casi strani dell’allora regolamento, nel 1988 gareggiava per la Svizzera. «Però alla fine degli anni Novanta – spiega Marco Simeon, direttore Relazioni Internazionali e Istituzionali della Rai – il format si era esaurito e non rappresentava più i gusti degli italiani».
Ma il rinato successo negli altri Paesi («In Spagna e Germania la forbice di ascolti tv sta tra il 20 e il 40 per cento di share») ha convinto la Rai ha riallacciare i contatti tanto che, oltre a Simeon, anche la neo dg Lorenza Lei è d’accordissimo. «C’è anche un altro motivo: la Rai come servizio pubblico deve fare approfondimento non soltanto in campo politico». Messaggio ricevuto: e sarà questa una delle missioni dei nuovi vertici. Dopotutto, anche se quest’anno siamo nei «Big five» che vanno di diritto in finale con Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna, l’Eurofestival è una fotografia fedele della musica europea in formato top 40. Obiettivo pop, naturalmente, qualche volta cheap il giusto. E alto tasso di spettacolarità, altro che show dei poveri. Per capirci, due anni fa a Mosca sul palco scintillava la metà dei led prodotti nel mondo. «E stavolta a Düsseldorf c’è una scenografia mai vista, uno spettacolo al di sopra della media», spiega Simeon. E difatti gli ascolti della semifinale in Germania sono stati mica male, visto che nel target 14-49 anni è stato inferiore solo a una puntata del Dr House. E domani, su Raidue, ci sarà pure Raffaella Carrà (ospite speciale Bob Sinclar) che farà uno show nello show, difficilissimo perché si dovrà sincronizzare alla perfezione con i ritmi del palco tedesco. Non è escluso che, oltre a condurre, la Carrà si inventi qualcosa di sorprendente. «È totalmente libera di farlo» conferma la Rai. Però attenzione, i costi del nostro Eurofestival sono limitati: «Circa mezzo milione di euro», conferma Simeon. Robetta se si pensa alla media degli show di prima serata, tanto più che quasi la metà va via per le rituali tasse d’iscrizione. In fondo, un piccolo scotto per dare un’occhiata alla musica che gira intorno.