Guancia a guancia per ore In aula come davanti a un film

Il gesto è inequivocabile con quel dito indice che, nel gran finale della requisitoria, lei l'«innocua» «Rosetta recisa» si porta alla tempia due, tre volte. Tradotto: ma quello lì, è toccato. Intendendosi per quello lì, il pubblico ministero Massimo Astori. Deve essere una fissazione quella del dare del matto agli altri. In coppia avevano dato del matto anche ad Azouz, quando il labiale della loro conversazione nella gabbia, fu interpretato dalle tv: ricordate? «Ma quello lì è fuori, quello lì è andato proprio».
Era solo una delle tante puntate di questo two people show cui Olindo e Rosa ci hanno abituati in questi mesi di udienze. Era scoppiato a ridere allora Olly e adesso che il bersaglio è il pm Astori fa altrettanto. Le sorride il suo Olly. Che in carcere ha lasciato la sua lettura preferita Diabolik, per dedicarsi alla Bibbia. Anzi per riscrivere e integrarla a suo uso e consumo, la Bibbia.
Sono rimasti imperterriti fino a questo momento ma ora, dopo quel gesto di Rosetta, Olindo smette di sbatacchiare il chewing-gum da una guancia all'altra e riattacca con quelle antiche smancerie, consumate nella gabbia degli imputati, che hanno cerchiato di stupore la bocca degli italiani. Saremmo scorretti se non riconoscessimo che Olly e Rosa, col suo nuovo golfino tipo pied pull e l'acconciatura fissata da un vezzoso fermaglio bianco, hanno seguito assorti ieri almeno quattro delle sette ore di quell'implacabile atto di accusa che, molto probabilmente segnerà per sempre le loro vite. Non un ammiccamento, non una smorfia, nemmeno uno sbadiglio. Solo qualche parola sussurrata da un orecchio all'altro. Come se guardassero il loro film dell'orrore, come ha detto Astori in apertura. Ma da spettatori.
D'altra parte Rosetta e Olly hanno sempre guardato la realtà tenendo il binocolo dalla parte opposta. È il mondo dall'altra parte che è sbagliato, il loro è quello giusto. Come nella prima udienza, ricordate? Quando, divertiti e sorpresi da tanta accoglienza di fotografi e giornalisti, cercavano di riconoscere tra il pubblico i volti noti dei vari tiggì. Sempre con quello stesso giaccone verde, un po' frusto, che è la sua coperta di Linus. Olindo Romano riceve il dono più gradito ogni volta che incontra Rosa. E così, magicamente, la vita ricomincia. Poco importa ciò che sta fuori da quei tre metri per due, oltre le sbarre. D'altra parte nelle scene che abbiamo visto tante volte Rosa ha saputo sempre spargere le tenerezze giuste per annientare il suo Olindo. Ricordate? La mano che passa e ripassa tra i suoi capelli. Cui ieri ha aggiunto una variazione: lo strusciamento. Ovvero testa accanto a testa, spalla contro spalla. E quando gli si accovacciava addosso come una gatta impegnata nelle fusa, ricordate? L'impressione rimane quella di sempre: potrebbero essere due innamorati al parco, sulla panchina. E non sulla panca degli imputati. Lui che le sussurra una frase all'orecchio, lei che si accende con un sorriso. E le premure di Rosa che ogni tanto, altra sua mania, rimette a posto il colletto già a posto della camicia di Olindo. Lui non sembra più quel timidone dall'aria smarrita, che non vedeva l'ora di infilare il portone di casa per sfuggire all'assedio dei cronisti a caccia di dichiarazioni in via Diaz. Fin da subito ha imparato a sostenere qualsiasi sguardo incroci. Solo e non sempre quando il presidente Bianchi dice sì ai fotografi per qualche minuto e l'assalto dei flash è insopportabile, lei si gira e tiene il capo abbassato verso il muro stringendosi ancora più al marito. E quella volta del panino da smozzicare assieme in gabbia con Rosa che imboccava teneramente Olindo? Quando parla Rosa Olindo annuisce. Facile tornare col pensiero alla prima udienza. Il presidente dichiarava aperto il dibattimento. E leggeva i pesantissimi capi d'accusa: «...Perché in concorso e di concerto tra loro cagionavano la morte del piccolo Youssef recidendogli la carotide... perché in concorso tra loro...». Ascoltava impassibile Olindo, scuoteva la testa Rosa. E intrecciava sulle labbra quella sconcertata espressione che dopo tanti mesi non siamo ancora riusciti a decifrare: una smorfia. O un ghigno, forse.
GVil