Guantanamo, ex detenuto assolto 286 volte

L’assoluzione di Ahmed Ghailani da tutti i capi di imputazione tranne uno fa riesplodere lo scontro sulla scelta di Barack Obama di far processare sospetti terroristi da tribunali civili, invece che corti militari.
Due giorni fa, con una sentenza choc, la corte federale di New York ha dichiarato innocente il primo detenuto di Guantanamo ad andare alla sbarra, Ahmed Ghailani, 36 anni, tanzaniano, accusato d’essere uno degli esecutori materiali degli attentati contro le ambasciate americane di Kenia e Tanzania del 1998. Autobombe provocarono la morte di 224 persone. I giudici lo hanno ritenuto colpevole di un solo capo d’accusa sui 286 che pendevano sulla sua testa, cioè di aver procurato l’esplosivo e aver pertanto cospirato contro beni di proprietà degli Stati Uniti. Per questo, rischia comunque tra i vent’anni di carcere e l’ergastolo.
Tutto ciò non placa le polemiche furiose contro la strategia della Casa Bianca di affidare a tradizionali corti il giudizio su uomini accusati di essere terroristi di Al Qaida. Il primo a reagire è il repubblicano Peter King che sul New York Times tuona contro il presidente: «Questa sentenza è un brusco richiamo all’Amministrazione Obama perché abbandoni il suo progetto malato di far processare i terroristi, detenuti a Guantanamo, da giudici civili. Dobbiamo trattare questa gente come nemici in tempo di guerra e processarli davanti a tribunali militari direttamente a Guantanamo». La critica è dura e molto significativa, tenuto conto che proprio King, a gennaio, alla ripresa dei lavori del nuovo Congresso a maggioranza repubblicana, diventerà il presidente della potente Commissione parlamentare sulla Sicurezza interna. E certamente da quella carica potrà esercitare la sua pressione contro processi civili a terroristi.
Di parere opposto, esponenti progressisti, che da anni chiedono che gli Stati Uniti combattano il terrorismo con la forza della legge e della legalità. Secondo Mason Cutter, leader di Rule of Law at the Costitution Project, organizzazione bipartisan che si batte per i diritti degli imputati, «Ghailani meritava una sentenza ponderata, cosa che non avrebbe avuto se fosse stato giudicato da militari. Il sistema - aggiunge Cutter - ha funzionato. Non credo che il successo dei giudici si possa valutare dal numero di condanne che comminano. Il loro obbiettivo è fare giustizia secondo le regole del diritto».