«Guantanamo», l’altra faccia della paura

Scontro al cinema. Nelle sale arriva anche l’opera controversa di Michael Winterbottom sui pakistani chiusi nel carcere americano

Maurizio Cabona

Da domani l’anglo-iraniano The Road to Guantanamo di Michael Winterbottom e Mat Whitecross affronterà nelle sale italiane l’italo-inglese Il mercante di pietre di Franco Martinelli. Chi legge libri di Etienne o Kepel opterà per il film di Winterbottom; chi legge articoli della Fallaci e di Allam opterà per il film di Martinelli.
Presentato al Festival di Berlino, The Road to Guantanamo (La via per Guantanamo) valse il premio per la regia a Winterbottom, già Orso d’oro nel 2003 per un altro film-verità «afghano» dal finale italiano, Cose di questo mondo. Come quello, The Road è un «film-verità», quella dei registi: come quattro giovani pakistani, di passaporto britannico, furono catturati in Afghanistan nel 2001 dall’Alleanza del Nord, consegnati agli americani e chiusi fino al 2003 a Guantanamo. Uno di loro è morto in detenzione; gli altri, liberati, hanno raccontato la loro versione a Whitecross, che ne ha tratto la sceneggiatura, trovando con Winterbottom quattro giovani pakistani per interpretarli.
Annunciato per aprile, rimandato a settembre per opportunità politica (a maggio c’erano le elezioni...), Il mercante di pietre s’ispira vagamente a un romanzo di Corrado Calabrò, e ricorre a fatti reali per rendere verosimili la fantasia, che è poi quella di un adulterio. La moglie (Jane March) di un docente universitario ed ex giornalista (Jordi Mollà) - mutilato nel crollo dell’ambasciata statunitense a Nairobi nel 1998, esito di un attentato islamista - sfugge a un attentato islamista all’aeroporto di Fiumicino (la sua giacca s’insanguina però solo a sparatoria finita...). Forse convinta che il marito, oltre che invalido, porti male, lei lo tradisce. Sceglie - per fargli più dispetto? - un islamico. L’amante è un sessantenne italiano (Harvey Keitel) che vende preziosi in Turchia, ma è nato in Afghanistan. Vano chiedersi quante coppie italiane ci fossero in Afghanistan nei primi anni Quaranta. Non è ai dettagli di soggetto e sceneggiatura che bada Martinelli: a lui interessa mostrare che, dietro il coito di civiltà, c’è lo scontro di civiltà. Infatti il mercante di pietre è un terrorista e vuol fare dell’amante l’involontaria complice di un attentato radioattivo sul traghetto tra Francia e Gran Bretagna. Solo che lui, che in fondo è sempre un italiano, s’innamora...
A proposito di déjà vu: fra i rari film italiani a occuparsi di terrorismo, I nuovi mostri (1977) aveva un episodio di Risi dove Ornella Muti diventava involontaria complice di Yorgo Voyagis nel far saltare l’aereo dove lei era hostess...
The Road to Guantanamo, sottilmente, e Il mercante di pietre, meno sottilmente, sono antagonisti sul piano estetico e politico, ma sono manichei allo stesso modo: opposti estremismi. La vera differenza fra loro è nell’efficacia propagandistica: vecchia volpe da festival, Winterbottom ha un pubblico orientato e devoto; vecchia volpe da spot, Martinelli s’è improvvisato regista di film politici (Porzûs, Vajont, Piazza delle Cinque Lune) senza avere dietro di sé uno schieramento analogo, quindi deve girarli ammiccando ora a destra, ora a sinistra. Infatti gli spettatori di destra scansano i film politici e gli spettatori di sinistra scansano i film di Martinelli.
THE ROAD TO GUANTANAMO di Michael Winterbottom (GB/Iran, 2005), con Riz Ahmed, Farhad Arhun, min. 92.
IL MERCANTE DI PIETRE di Franco Martinelli (Italia/GB, 2005), con Harvey Keitel, Jane March, min. 115.