Guantanamo, lo stratega dell’11 settembre vuole la condanna a morte

Via al processo contro i 5 terroristi accusati dell'attentato delle Torri Gemelle. Il leader del gruppo: "Pronto al martirio"

«Credo solo nella legge islamica, non riconosco la corte e gli avvocati, voglio essere condannato a morte e diventare un martire». Khalid Sheikh Mohammed, il demiurgo dell’11 settembre, saluta così giudici e legali della Corte marziale di Guantanamo e i giornalisti arrivati a seguire la fase preliminare del processo contro di lui e i quattro complici accusati del più sanguinoso attentato della storia. Il dibattimento non entrerà nel vivo prima del prossimo autunno, ma già non delude. Khalid Sheikh, che salmodia il Corano, inneggia ad «Allah mio unico scudo» e ripudia corte ed avvocati, è il grande protagonista al suo debutto in pubblico. Nella foto scattata dopo la cattura del marzo 2003 è un villoso energumeno in canottiera con l’espressione stralunata e i capelli arruffati. Scomparso per tre anni nelle prigioni segrete della Cia, la mente dell’11 settembre è riemersa solo nel 2006 per approdare a Guantanamo dopo la firma di una confessione in cui ammetteva di essere responsabile «dalla A alla Z per gli attacchi dell’11 settembre».

Sulla testa di Khalid e dei suoi quattro complici pesano 2.973 imputazione per omicidio, uno per ciascuna vittima dell’11 settembre, ma i loro ruoli sono ben diversi. Lo yemenita Walid Bin Attash prima di addestrare i terroristi dell’11/9 perse una gamba in Afghanistan e preparò l’attentato all’incrociatore Uss Cole. Il suo connazionale Ramzi Binalshibh, l’unico in catene a causa di quelli che il consulente legale della Corte Marziale Thomas Hartmann definisce problemi mentali, è il terrorista senza visto che perse i voli da dirottare. Ali Abd al-Aziz Ali è il nipote ed il braccio destro di Khalid. Il saudita Mustafa Ahmed al-Hawsawi è il cassiere. Ma l’ideatore del piano scellerato, il numero 3 di Al Qaida in costante contatto con Osama Bin Laden, che confessa alla Cia di aver diretto tutte le principali operazioni è solo Khalid Sheikh Mohammed. Polemiche e dibattiti rischiano però di travolgere le responsabilità degli imputati. Le procedure di annegamento simulato e le lunghe fasi di deprivazione sensoriale usate per ottenere le confessioni minacciano di aprire un dibattito sulla tortura e sulla validità delle prove ottenute con il suo utilizzo.

Il primo ad accendere il fuoco delle polemiche è proprio Sheikh Mohammed che approfitta della comparsa in pubblico per rinnegare ogni precedente ammissione. «Tutto mi è stato estorto con la tortura. Hanno tradotto come volevano le mie parole e me ne hanno messe in bocca molte altre» urla l’ex numero tre di Al Qaida ai giudici. I primi a temere le procedure della Corte Marziale sono i giuristi americani. La prima e più evidente anomalia è, per molti, quella di un dibattimento dove gli imputati rischiano la pena capitale, ma che non saranno liberati nemmeno se assolti. In qualità di prigionieri di guerra verranno detenuti fino alla conclusione del conflitto. Ma la fine della guerra al terrorismo non sembra vicina.