Guardare la vita come don Gnocchi

Era il 1956 quando Silvio Colagrande, allora poco più che bambino, ricevette una cornea del sacerdote. All’epoca il trapianto era illegale. Ora dirige il centro della fondazione di Inverigo

Milano - Il primo incontro avvenne nel centro che don Gnocchi aveva aperto a Inverigo, in provincia di Como: «Era l’ottobre del ’54 - racconta Silvio Colagrande - ed ero ricoverato lì dopo l’incidente in cui avevo perso quasi del tutto la vista. Don Carlo non mi disse una parola, ma capii che mi stava osservando e ne ebbi la riprova un paio di settimane più tardi quando don Renato Pozzoli mi portò da un noto oculista, Cesare Galeazzi, e Galeazzi gli disse: “La soluzione potrebbe essere un trapianto, ma in Italia non si può fare”». Silvio Colagrande era un bambino toccato dalla disgrazia: la vita normale, nell’Abruzzo degli anni Cinquanta, era stata travolta da quello spruzzo di calce viva e la famiglia lo aveva portato quasi in pellegrinaggio a Inverigo, perché almeno potesse imparare a leggere col metodo Braille.

Il secondo incontro si svolse a Roma, nel settembre ’55: «Sfilammo in centocinquanta a mezzo metro da lui. Anche in quell’occasione capii che mi stava osservando ma rimase in silenzio». No, don Carlo Gnocchi e Silvio Colagrande non si sono mai parlati anche se il secondo vede con gli occhi del primo, la sua cornea sinistra da cinquantadue anni è quella che gli regalò don Carlo in punto di morte: «Io mi stavo preparando al viaggio in Svizzera per il trapianto, ma improvvisamente don Piero Gemelli mi gelò: “Non se ne fa più nulla”. Seppi in seguito che don Carlo, dopo avermi visto quel giorno a Roma, gli aveva detto: “A Colagrande ci penserò io”».

Sarà di parola. Nell’estate del ’55 il male sta consumando il papà dei mutilatini, anche se la sua attività prosegue frenetica. Don Carlo ha fatto i suoi conti, senza parlarne con nessuno: ha scelto Silvio Colagrande in mezzo a decine di bambini per dargli un pezzo di se stesso. Aspetta paziente, poi quando ormai è agli sgoccioli, mette in atto il suo piano. Un progetto a dir poco temerario, perché all’epoca la legge italiana proibiva i trapianti e gli stessi teologi moralisti discutevano sulla liceità di questi atti. Don Carlo travolge la misura e il buonsenso. Chiama don Giovanni Barbareschi, che l’assiste nella malattia, e lo spedisce da Galeazzi. Con don Giovanni, il moribondo è esplicito fino alla ruvidezza, alla sua maniera: «Sei pronto a rischiare la prigione per me? Io voglio dare la cornea. Se ti senti, vai a cercare un oculista... Se ti va male sappi che andrai in galera per me». Don Giovanni non si tira indietro, Galeazzi accorre alla clinica Columbus, la macchina si mette in moto. In incognito, o quasi, perché la notizia trapela, i giornalisti sono dappertutto, è difficile circoscrivere il segreto. Il 27 febbraio 1956 Silvio Colagrande viene messo su un treno e mandato a razzo a Milano; il 28 don Carlo muore baciando il crocefisso e l’assistente di Galeazzi, Mario Celotti, gli preleva le cornee. La polizia interviene: «Qua, si ricordi, non si tocca niente». Lui va avanti. All’uscita gli agenti lo pedinano, poi optano per una soluzione all’italiana: lo perdono di vista. Il 29 ecco il doppio trapianto: a Silvio Colagrande tocca la cornea sinistra, ad Amabile Battistello la destra. Interventi riusciti.

«Per lungo tempo rimasi bendato, ci furono momenti di apprensione, si temeva che l’intervento non fosse riuscito. Invece, dopo qualche mese di convalescenza mi accorsi che ci vedevo bene e pure l’altro occhio aveva recuperato stranamente per i fatti suoi». Il ragazzo può riprendere la vita di prima, si laurea in lingua e letteratura inglese, ma resta legato a don Carlo: «Ho continuato a lavorare nella Fondazione don Gnocchi e oggi dirigo proprio il centro di Inverigo in cui fui ricoverato da bambino. La cornea non si è usurata col tempo, è sempre quella di don Carlo, un po’ alla volta ho capito che vedere con i suoi occhi vuol anche dire guardare il mondo controcorrente, esprimere a volte giudizi non alla moda, non facili». Se oggi i trapianti sono routine lo si deve proprio al coraggio e alla sfrontatezza di don Carlo: «Pochi mesi dopo, il Parlamento varò una legge ad hoc e Pio XII riconobbe la bontà di quella donazione. Certo, oggi i temi sono altri, si vuole stabilire con esattezza il momento della morte, non so, gli scienziati fanno la loro parte. Lui però questi problemi non se li poneva: lui era un “papà” che voleva solo il bene dei suoi ragazzi, lui ci amava più dei nostri genitori. Anche se non mi ha mai detto neanche ciao».