Da guardia di Gheddafi a guardiano del Duomo

D a Muammar Gheddafi alla Madonnina. Può avere il sapore della blasfemia oppure essere la predizione di un futuro in cui le differenze religiose non arrecheranno mai più bruciature di morte, ma questa è la storia vera di Peter Theodore Ndandgen, nato in Camerun 44 anni fa, per oltre un decennio al servizio dell'esercito nazionale libico come istruttore di difesa personale, e non ha mai indossato una divisa finché, approdato a Lampedusa come profugo, dal 27 ottobre 2012 entra nel «corpo di guardia» della Fabbrica del Duomo dove, unico di colore in mezzo a tanti signori bianchi ed impettiti, si presenta massiccio, solare, davanti al portone della Cattedrale milanese.
«Quando Muammar fu ucciso, ho pensato subito alla fuga perché sapevo che un africano come me non avrebbe avuto scampo col nuovo governo dove verso gli stranieri c'è tolleranza zero. A due miei amici hanno tagliato la testa. Il barcone era l'unica possibilità, anche se nessuno di noi sapeva a che cosa andasse incontro». Nato in Camerun da madre di parte francese e padre di parte inglese, oltre al britannico e alla lingua di Proust, parla l'arabo e il giapponese, quest'ultimo appreso fin da bambino dai suoi insegnanti di aikido, karate e judo. Non ha mai impugnato un'arma e sa tirare di boxe, «ma nella mia casa a Sabba avevo un kalashnikov perché tutti in Libia possiedono un'arma. Non c'è pace». L'arte di combattere gli è compagna fin dalla nascita, ma conosce l'affondo dell'artiglio oscuro della fine solo quando il 4 maggio 2012 s'imbarca con le due gemelle di otto mesi, Samira e Jasmine, su una barca che può contenere al massimo trenta persone, invece ne porta 568.
«Dopo tre giorni di navigazione nel Mediterraneo convulso, dove molti di noi, ignari della lotta del mare, hanno fatto a turno il comandante, il motore si rompe. In mezzo al panico di tutti, ho pensato solo a salvare le due gemelle. Ne avevo una sotto un'ascella e una sotto un'altra e non ricordo neppure quanto tempo sia rimasto così, sentendo solo due lame ghiacciate che mi infilzavano entrambe i polpacci. A quel punto tutte le arti marziali sono inutili, ti rimane solo la preghiera». Pronuncia il nome «Dio» come nell'antica etimologia, «Zio», e dopo averlo con la forza pregato in una moschea, ora lo protegge liberamente sotto la statua d'Oro di una Fanciulla nascente, sempre protesa a far nascere il Dio con la zeta di Zoe, Vita.
A Milano la famiglia di Peter si riunisce. La moglie, che fa la cameriera in un albergo e a giorni darà alla luce il quinto figlio, una bambina, e prima due gemelli, che ora hanno nove anni, fuggiti dai nonni paterni in Camerun, quando Muammar fu ucciso. Approdato dopo cinque giorni di navigazione sull'isola, Peter rimane per tre notti con le gemelline quasi neonate nel campo profughi. «Grazie alla società d'accoglienza «Farsi prossima» sono riuscito a trovare questo lavoro e sono felice». Nove ore a proteggere il Duomo per cinque giorni e poi tre giornate di riposo. Alla sera insegna arti marziali ai giovani milanesi in una palestra di Cinisello Balsamo. E' stato la guardia del corpo di Gheddafi? «No. Conoscevo le sue figlie, ma a lui non ho mai parlato. Ho sofferto la sua morte. Dopo di lui la Libia è peggiorata». Cosa pensa degli uomini di colore che mendicano in questa città? «I venditori di libri sono buoni. Non ho la stessa opinione dei venditori di braccialetti. Tanti sono i reclami dei turisti che vengono da me a denunciare il furto di un anello, di un bracciale, di un orologio». Cosa non rifarebbe? «La traversata in mare sul barcone. Nemmeno se mi dessero un milione di euro. Non li vorrei. Sono contento così, qui si vive bene, non capisco quelli che si lamentano per la crisi. La vita e la morte ti fanno sentire il loro odore stordente in ben altre traversie».