Guardiola a Laporta: «Io ho le palle, tu non so»

RomaQuell'abbraccio, sul prato dell'Olimpico, con la squadra lontana e la coppa in viaggio verso la curva blaugrana, è durato una vita. L'abbraccio tra Juan Laporta, presidente del Barcellona, e Pep Guardiola, il suo giovanissimo allenatore, autore del prodigioso trittico (campionato, coppa del Re e Champions), è la spiegazione di un piccolo grande miracolo che solo il calcio può assicurare. Meno di un anno fa, Pep Guardiola, 38 anni e qualche mese, era soltanto l'allenatore del settore giovanile del Barça, il serbatoio più importante del club catalano campione d'Europa: sembrava un predestinato, ma scalare la panchina principale era una missione impossibile. Rijkaard era stato congedato da qualche settimana, c'era da battezzare il sostituto, bisognava tagliare il cordone ombelicale con Ronaldinho da girare al Milan nella scoperta speranza di rifilare un "pacco" agli italiani, il resto della squadra da rigenerare. Pep Guardiola ebbe un soprassalto di lucidissima follia: si presentò negli uffici di Juan Laporta, il presidente, e gli chiese di affidargli quell'incarico. «Te la sentiresti?», gli domandò il presidente messo sulla strada giusta da Johann Cruijff, il grande suggeritore delle strategie calcistiche di Ajax e Barcellona. «Io sì, sei tu che non hai le palle per farlo», la risposta provocatoria di Guardiola.
Lo spunto gli valse la promozione sul campo e l'inizio della grande avventura. Perché il Barcellona ha vinto tutto, d'accordo, ma ha anche convinto, che è forse l'impresa più ardua. Nessuna discussione sul successo catalano col Manchester: il fiume del tifo inglese ha salutato senza neanche un graffio l'esito della sfida. Stregati fior di critici e molti colleghi con la puzza sotto il naso. «Risultati alla mano è il più bravo di tutti», il riconoscimento di Marcello Lippi, ct campione del mondo. Non è stato il primo, non è stato l'unico. «Si vede che la sua squadra ha il piacere di giocare» il giudizio di Carletto Mazzone, commosso dalla telefonata del suo ex allievo (ai tempi del Brescia) che l'ha invitato allo stadio. Ad Arrigo Sacchi, Guardiola ha spedito un sms, qualche ora prima della finale, che è tutto un poema. «Venti anni fa ero al Camp Nou ad ammirare il tuo grande Milan, adesso tocca a me. Faremo bene», il pronostico poi confermato in modo spettacolare. Grande gioco, padronanza del pallone, spettacolare velocità nei contro-attacchi, difesa attenta nonostante la diversa statura, più fisica che tecnica rispetto agli inglesi. «La verità è che Guardiola ci ha cambiato la vita», la sintesi di Leo Messi, la pulce capace di far smontare da cavallo Cristiano Ronaldo nel confronto diretto. E così si capisce come mai un gruppo di fini palleggiatori, senza grande fisico, sono stati capaci di mettere al muro l'armata inglese inchiodandola alla resa.
Al pari del tecnico, è l'uomo Guardiola. Pronto a invitare un suo maestro dei tempi dell'Italia, Mazzone appunto, oppure a inserire Maldini nell'elenco delle dediche speciali per una serata memorabile.
Conoscendo il nostro calcio, tra qualche ora partirà la caccia al replicante. Il primo a parlarne, in una intervista a il Giornale, fu proprio Antonio Conte, promesso sposo della Juventus. Poi ne seguiranno altri ancora e magari anche a Milanello penseranno a lui presentando Leonardo alla platea. È vero ci vuole, senza essere Erasmo da Rotterdam, una lucida follia ma serve anche il coraggio nel rinnovare una squadra, il Barcellona, che si era imbolsita e inseguiva i fantasmi di grandi campioni rimasti al palo. Chissà quanto durerà l'effetto Guardiola a Barcellona e nel calcio. A noi è bastato ammirarlo per una notte.