Guareschi contro i neorealisti

Giovannino non sopportava la retorica imperante del pauperismo: un crimine, secondo la cultura conformista. Ma un saggio di Tatti Sanguineti oggi ne rivaluta l'originalità, sempre invisa all'<em>intellighenzia</em>

L'opera di Giovannino Guareschi comincia oggi ad apparirci per ciò che è: unica e solitaria, senza ascendenze, senza discendenze, un cristallo perfetto composto di molteplici cristalli sempre lucenti. Per questo, mentre l’Italia vive una rivoluzione culturale che tenta una pace nazionale duratura oltre gli schemi d’una contrapposizione bonaria tra don Camillo e Peppone (la cui saga televisiva Rete 4 rinverdisce, ogni anno, con uno share tra l’8 e il 13 per cento), tra pensiero cattolico reazionario e urgenza del fare a sinistra, ora è possibile osservare quei cristalli con un’attenzione nuova.

E riconoscere, definitivamente, come non sia più possibile guardare al nostro ’900 per compartimenti stagni, relegando un condannato alla lucidità, quale fu Guareschi, né marxista, né prete, bensì libero pensatore visionario e prolifico, nell’angolino del doncamillismo. E molto ci sarebbe da dire, nel centenario della nascita e nel quarantennale della morte di quest’illustre figlio della Bassa, circa i numeri da lui prodotti post mortem: 20 milioni di copie vendute in tutto il mondo in 346 edizioni, per esempio, rispediscono al mittente quel titolaccio dell’Unità: «È morto lo scrittore mai nato».

Per fortuna, a poco a poco emerge una vita intera, che da sola vale un romanzo. E scorrono le fasi di un’esistenza martoriata, ma non vinta, che conobbe il disprezzo, l’invidia e la deportazione in Polonia, mentre altri s’imboscavano, nell’Emilia dei partigiani, tra Case del Popolo e circoli, e altri ancora, a Roma, con la scusa d’essere attori di parrocchia, si ficcavano in certe chiese, dove si mangiava pure (è il caso di Vittorio De Sica, nascosto a San Paolo) mentre Giovannino, ostaggio dei tedeschi, perdeva 56 chili al campo di concentramento. «Io non penso di scrivere Le mie prigioni, né di procurarmi una scrittura per qualche film. Io non li ho buttati via, questi quattrocentonove giorni, perché i miei figli li hanno contati uno per uno. Io non sono un reducista. Io non sono però neppure un reduce, perché reduce è chi ritorna, mentre io non sono ancora tornato completamente», scriveva Giuanìn, che da anarchico detestava il branco piagnone.

Ma forse, ancor più dei reducisti, nel dopoguerra egli aborrì quel cinema neorealista da treno popolare (biglietto a tre lire) e biciclette rubate per strada e, con esso, i suoi esegeti Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, come rivela un sorprendente saggio del critico e studioso di cinema Tatti Sanguineti, nel catalogo intitolato «Le burrascose avventure di Giovannino nel mondo del cinema» (Mup Editore) presentato ieri dalla Cineteca di Bologna al ministero per i Beni e le Attività Culturali alla presenza, tra gli altri (Egidio Bandini, del Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario; Gaetano Blandini, direttore generale per il Cinema, presso il ministero; Guido Conti, curatore del catalogo) della figlia di Guareschi, Carlotta. Per inquadrare i primi contatti fra Guareschi e il cinema, Sanguineti parte dalle 116 interviste di Francesco Savio (figlio del gerarca fascista Corrado Pavolini e divenuto cinecritico, data la tessera paterna per l’ingresso gratis nelle italiche sale), realizzate fra il ’74 e il ’75, prima radiotrasmesse e poi pubblicate da Bulzoni (Parlano 116 protagonisti del secondo cinema italiano, a cura di Tullio Kezich), scoprendo che il comico Macario e i registi Mario Mattoli e Steno (il papà dei fratelli Vanzina) menzionano Guareschi tre volte, sullo sfondo delle prime gag all’americana («Imputato, alzatevi!» «Non posso, Vostro onore!» «E perché?» «Perché sono già in piedi»).

Ciò nonostante, Francesco Savio (suicida a Roma nel ’77) «non pone altre domande su colui che diventerà l’autore del serial dalla vita produttiva e dalla fortuna mediatica più longevo della storia del nostro sistema cinetelevisivo, semplicemente lo snobba e così capiamo subito il vento che tira quando si parla di Guareschi nei piani alti dell’intellighenzia italiana». Mai come in questo commento, il carattere provinciale e livorosamente ideologico della cultura nostrana si rivela con evidenza. Ma è la Legge Alfieri del ’38, con le norme volte e incrementare i film italiani nelle sale (occorreva arrivare a quota 100 pellicole l’anno), il vero motore della transumanza di vignettisti, umoristi, battutisti e compagnia cantante dalla Milano fine anni ’30, dove opera un editore energico come Angelo Rizzoli, alla Roma di Cinecittà, dove convenne, tra i marcaureliani, anche Guareschi («Bisogna venire nella fossa dei leoni», scrisse De Sica a Zavattini, il quale aveva appena lasciato la Mondadori, litigando). «I fratelli e le sorelle de Filippo scrivono delle commedie e delle riviste. De Sica fa il regista, Macario scrive riviste e interpreta dei film, Alberto Savinio fa delle mostre di pittura.

Si può sapere cosa succede?», scherza nel 1941 il disegnatore, che a partire dal ’48, mentre la propaganda comunista minaccia di avere milioni e milioni di «viti» (contrordine compagni: milioni e milioni di «voti»), si porrà uno dei problemi strutturali del neorealismo: come si rappresenta la povertà? L’artista, infatti, ritiene che il buttarla sempre in politica stia avvelenando il Paese. «È un continuo agguato: trovo Pacciardi nel mar dei Caraibi, Nenni è all’angolo di Broadway, De Gasperi mi agguanta all’ingresso di un tabarin della casbah. E tutti ce l’hanno con me, mi fanno inquietare. La politica avvelena tutto e si insinua dappertutto», nota Giovannino, mentre le sue vignette diventano fotogrammi per il cinema e Frank Capra rinuncia a dirigere la serie Peppone e Don Camillo, soltanto per via d’un contratto precedente con la Paramount. Un rapporto di odio e amore, quello di Guareschi con il cinema, come dimostrano le lettere di accuse, in mostra a Bologna, rivolte dallo scrittore all’ambiente cinematografico e le discussioni con Pasolini a proposito del film La Rabbia, di cui cura soggetto, sceneggiatura e dialogo, nonché regia della seconda parte.

Pur essendo più neorealista dei neorealisti doc, l’umorista nelle sue vignette se la prende con Rossellini, reo, con le sue diverse famiglie allargate, di contagiare il cinema italiano d’un familismo che ancor oggi impiega, all’80 per cento, figli, nipoti, zie, cugini e quant’altri congiunti di star defunte. E piglia di petto De Sica, «il cantantino» colpevole di tenere i piedi in due staffe, ma, soprattutto, di dar forma a un pauperismo cinematografico poco rispettoso dei poveri veri, quelli che lui ben conosce. E qui, stando a Sanguineti, si apre un’altra porta: Giovannino Guareschi starebbe anche alla base di Umberto D., il celebre film del 1951, la cui sceneggiatura non risale tanto a Zavattini, quanto al racconto guareschiano Ceto medio, con al centro la figura di un impiegato orgoglioso e antipatico.