Guareschi e la satira «bipartisan»

Alessandra Miccinesi

Un narratore, due musicisti, e mille promesse. Bizzarra campagna elettorale quella basata sul doppio senso di «Voti a perdere», show in cui i due aspiranti sindaci dei due Poli di uno sperduto paesino alla Guareschi, Luigi Berto e Pietro Lino - rispettivamente a capo della lista di centrodestra «Un Sindaco per Amico» e di centrosinistra «Rododendro» - sono differenti in tutto, ma hanno la stessa faccia. Quella del comico dalla lingua affilata e lo sguardo tenero Enrico Bertolino, anima da cabarettista puro infilata in un elegante abito di grisaglia. Berto e Lino sono avversari politici pronti a farsi lo sgambetto pur di conquistare voti freschi, ed essendo abituati al dialogo serrato con sondaggisti, opinionisti, e consulenti immagine (a domanda diretta «chi sono?» rispondono all’unisono «un attimo che guardo i dati»), entrambi tirano la volata elettorale sgomitando in proscenio per conquistare i voti di una ridanciana platea teatrale. Sì perché a fine rappresentazione gli spettatori sono chiamati a votare per l’uno o per l’altro candidato, infilando la scheda nell’apposita urna sistemata nel foyer del teatro.
(Exit poll consultabili in tempo reale sul sito www.enricobertolino.it). Altro che fantapolitica, quella che sta per andare in scena al Teatro Ambra Jovinelli - debutto il 4 aprile, per la regia di Gabriele Vacis - è realpolitik. Uno spettacolo di satira su ipotetiche elezioni al veleno che somiglia maledettamente all’attuale campagna elettorale.
«Ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale, lo dico chiaro nell’invettiva finale - spiega il protagonista -. Con questo spettacolo volevamo solo fare satira, oggi invece siamo al paradosso: la realtà supera la fantasia».
Sulla scena ideata da Lucio Diana c’è uno smagliante, loquace, e schizofrenico (per esigenze di copione) Enrico Bertolino, autore insieme con Andrea Zalone e Fabio Bonifacci di un testo politicamente scorretto, ma rispettoso della par condicio che prevede la presenza scenica di due personaggi diversi (ma morettianamente uguali) ai quali il cabarettista di «Convenscion» regala mimica e atteggiamenti diversi per sottolinearne l’appartenenza ideologica.
«In scena non faccio cambi. Basta una smorfia, diversa postura, un cambio musica e il pubblico intuisce se sotto i riflettori c’è Pietro Lino o Luigi Berto». Un narratore ha il compito di tenere insieme le fila del discorso che verte sul programma dei candidati. Uno passa mesi a disquisire di astruse «piattaforme programmatiche», l’altro comunica snocciolando battute fuori dagli stadi. Entrambi sono pronti a spararla grossa per conquistare il titolone sui giornali, e pur appartenendo a poli differenti tutti e due sono condizionati da un misterioso fattore K: per uno è il Kit del candidato, contenente i discorsi buoni per ogni comizio; l’altro dipende da Klaus, esperto in luoghi comuni che comunica solo via fax. «È uno spettacolo bipartisan - afferma Bertolino - l’abbiamo scritto un anno e mezzo fa quando ancora non si parlava di elezioni, ma la campagna elettorale era già iniziata. Destra e sinistra? Si somigliano sempre più. Mi immagino gli ospiti di Porta a porta e Ballarò che una volta spente le luci si sorridono, dandosi affettuose pacche sulle spalle. Mica come Berlinguer e Almirante, tra loro c’era vero rispetto» sospira l’attore consapevole dell’esiguità del confine tra scena politica e ribalta teatrale. «Oggi tra attori e parlamentari l’invidia è reciproca. Satira politica e satira di costume rischiano di condividere la medesima frontiera. E il rischio è aggiungere elementi di folklore: se Platinette dovesse candidarsi prenderebbe bei voti. Roba da brividi. Ma è sempre più difficile capire dove finisce la propaganda e dove comincia la pubblicità».
Repliche fino al 9 aprile.