Guareschi, il genio che instaurò il regime della risata

La sua militanza umoristica contro tutte le dittature è al centro di una mostra che si apre sabato a Brescia. Amava definirsi provinciale, ma seguiva con rigore il panorama internazionale

Milano - A 100 anni dalla nascita e a 40 dalla morte, la figura di Giovannino Guareschi continua a crescere e a ingigantirsi. Sembra incredibile che la «Garzantina» della Letteratura gli dedichi solo otto righe. La Rete in questo fa giustizia, riservandogli parecchie migliaia di pagine. L’attualità del poliedrico autore è stata sottolineata quest’anno dalla solerte attività del Comitato nazionale per il centenario della nascita. Decine di incontri, mostre, convegni. L’ultimo si è tenuto fra venerdì e sabato scorsi nell’aula magna dell’università di Parma: «Cent’anni di Guareschi: letteratura, cinema, giornalismo, grafica». E sabato 29, a Brescia, s’inaugurerà la mostra «Ridere delle dittature», con molto materiale vignettistico che fu alla base del Bertoldo. E se non ripeteremo mai abbastanza che il Guareschi del dopoguerra, quello che dal ’45 al ’57 diresse il Candido, fu osteggiato dall’allora Partito comunista, è opportuno rilevare come la sua attività intellettuale si sia sempre svolta in piena libertà di spirito, affrontando con coraggio ogni genere di regime e di oppressione.

Guareschi fu anche antifascista, e a spiegarcelo è chi più ne ha studiato le opere negli ultimi anni. «Guareschi ha affrontato diversi linguaggi», spiega Giorgio Casamatti, uno degli studiosi invitati al convegno e coinvolti nella mostra. «Perciò abbiamo affrontato una lettura che li mettesse in relazione fra loro. È evidente, per esempio, che il modo in cui monta la narrazione del Mondo piccolo è lo stesso che utilizza nel cinema per La rabbia». Ricordiamo che La rabbia (1963) è un film documentario in due parti, la prima di Pier Paolo Pasolini. La seconda, di Guareschi, che ne faceva un po’ il controcanto, è stata tagliata dalla recente edizione restaurata a cura di Giuseppe Bertolucci. Addirittura con la scusa di «fare un favore a Guareschi». Così la censura della gauche au caviar continua ad abbattersi su chi esercita una forma di satira non allineata.

«Guareschi fu un innovatore», dice ancora Casamatti. «Un esempio: le sue vignette in cui la didascalia contraddiceva quanto appariva nel disegno. Il suo metodo di lavoro, o certe sue intuizioni, possono esser fatte risalire al materiale trovato nell’archivio di Roncole Verdi. C’è tutta la storia della grafica nazionale, dagli anni ’20 alla fine dei ’60. E non solo: per quanto si dichiarasse provinciale, acquistava libri di autori stranieri, da Sterne a Twain, e faceva arrivare volumi di letteratura umoristica da Francia e Sudamerica».

L’umorismo come arma per combattere le dittature prende piede proprio da una visione del mondo ampia e approfondita. «Le dittature fanno apparire grandi le piccole cose, l’umorismo fa l’esatto contrario», sosteneva Guareschi. In epoca fascista la sua satira si rivolse contro il monumentalismo, il trionfalismo, la retorica vacua e magniloquente. Il suo umorismo non sempre faceva ridere i potenti, anzi. Ma lui rispondeva che «non è detto che un uomo per essere uomo debba essere biondo con gli occhi azzurri», con riferimento al razzismo nazista. Per lui l’umorista doveva essere in grado di mostrare i problemi che si sarebbero posti nel futuro. Doveva mettere in guardia le persone. Eccolo dunque cercare modelli espressivi diversi, quello più popolare del bolscevico trinariciuto, ma anche quello più raffinato di Don Camillo e Peppone, personaggi dalla chiave di lettura non solo demonizzante, ma anzi complementari.

Quanto si vedrà a Brescia riguarda proprio questo aspetto: le dittature colpite dalla satira guareschiana furono tanto il bolscevismo quanto il nazismo e il fascismo italiano. A partire dalle battute sui materiali autarchici, fino alle funamboliche contraddizioni di un gruppo di artisti della satira che, come spiega Guido Conti, autore della bella monografia Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore (Rizzoli) «sembrava che seguisssero le dritte di regime, ma in realtà facevano come volevano, ed erano contro la guerra». E di fatto prendevano anche in giro l’Omnibus di Leo Longanesi, ristampandone una copia conforme nella grafica, ma polemica nei contenuti e nominata Autobus. In una vignetta del Bertoldo un tigrotto di Sandokan si rifiuta di combattere, sostenendo: «Io sono di Gallarate». Una celebre e irrefrenabile sfuriata pubblica di Giovannino contro Mussolini gli costò carissima. Fu malmenato, arruolato a sua volta. Rifiutatosi di disconoscere il re, finì in campo di prigionia.

Ciò che gli accadde nel dopoguerra è noto. Rivela il giornalista e scrittore Roberto Barbolini che la resistenza di Guareschi alle imposizioni dall’alto si svolse in un modo ben preciso: «La sua scelta di vivere a Roncole Verdi, come un esule in patria, era una scelta allo stesso tempo locale e globale. Una protesta verso l’Italia del boom, da grande critico e dissacratore della società dei consumi. Perché anche quella è una dittatura».