Guastafeste Benitez «Sogno un gol all’ultimo minuto»

«Loro favoriti, ma noi non siamo qui per caso. Sfida aperta solo se si sblocca subito». Cissé: «La nostra velocità contro una difesa vecchia»

Paolo Marchi

nostro inviato a Istanbul
Ha due dubbi in testa Rafael Benitez per l’undici anti-Milan: Hamann o Biscan? Baros o Cissé? Ma per i suoi è come se fossero tutti sulla graticola. Sami Hyypia, 32 anni da compiere, centrale difensivo finlandese, a un inviato polacco che in conferenza aveva occhi e testa solo per Jerzy Dudek, 32 pure lui ma compiuti, portiere, risponderà che «nel caso dovesse giocare Dudek, farò in modo che Shevchenko tiri poco per assicurargli una serata tranquilla». Vi immaginate Nesta che risponde «se dovesse giocare Dida...»? Il punto è che questo Liverpool avrà una storia lunga e gloriosa come quella che, inevitabilmente, nel sito ufficiale dei Reds hanno definito «the long and winding road to Istanbul», la lunga e tortuosa strada per la finale, ma c’è un prima e un dopo che la rende unica diversa.
C’è stato l’Heysel (domenica saranno trascorsi vent’anni esatti), 39 morti, che divennero 96 quando nell’aprile dell’89 cedettero le strutture di Hillsborough prima di una semifinale di coppa d’Inghilterra. La morte inferta e la morte subita. E allora ecco che le parole di Hyypia assumono sostanza, non sono vuote e retoriche: «Noi siamo arrivati in Turchia prima dei nostri tifosi che stanno raggiungendoci per incitarci e che ci chiedono di essere all’altezza del Liverpool di un tempo. Loro sanno che siamo qui per vincere: vogliamo rendere giustizia alla storia, a quello che non doveva accadere e che invece è accaduto e che nessuno scorda».
Fatte le debite proporzioni tra due retrocessioni in serie B, 1980 e 1982, e due tragedie, la finale di questa sera sta al Liverpool come quella di Barcellona contro la Steaua al Milan: per entrambi vincere equivale a rimettere a posto le lancette della storia. È sempre triste vedere un club carico di gloria sopravvivere al suo passato e per gli inglesi siamo lì lì con le angustie e gli amarcord interisti: ultimo scudetto nel ’90, ultima Champions nell’84. Il resto conta meno, giorni e giorni di attesa e non uno che si ricordi che il Liverpool ha vinto la coppa Uefa 2001, sono trascorsi quattro anni appena ma la realtà è una sola: una finale come quella di stasera manda a zero tutto il resto e diventa un contenitore di mille e mille e mille sogni. C’è ad esempio la moglie di Benitez, Montsé, «molto nervosa» perché sa quanto è importante per il marito un successo qui. E allora ecco lui sorridere («Vorrei far festa con lei giovedì notte») e lei fargli sapere che non vede l’ora di donargli un terzo orologio dopo i due che gli donò per i successi con il Valencia. Oppure Cissé, 24enne saetta nera francese, ripresosi da un infortunio, che accomuna il suo destino a quello del suo coetaneo Milan Baros, ceco: «Ho studiato e ristudiato i meccanismi difensivi dei rossoneri e devo dire che sì, sono ottimi, ma non sono perfetti. Un difetto l’ho notato: la difesa del Milan è un po’ anziana mentre io e Baros siamo velocissimi».
A Benitez (simpatico lo slogan coniato per l’occasione: “Rafa is the Bos-phor-us” giocando sui termini Bosphorus, il canale, e Boss for us, il boss per noi) tutti a chiedere pure ieri tattiche e segreti e lui a rispondere con giri di parole. Però un paio di cose belle le ha dette, eccome, deciso nel tono quando serviva perché è vero che «la pressione dei pronostici è tutta sul Milan», ma che non si consideri la sua una squadra arrivata in finale per sbaglio: «Sarà un partita aperta solo se una delle due dovesse segnare presto. Io non mi arrabbierei se dovesse succedere a noi, in fondo vorrei vincere nei 90’ regolamentari, ma se proprio potessi scegliere, preferirei segnare alla fine».
Deve sentire ancora gli echi del finale da cuore in gola con il Chelsea: «Io non so esattamente cosa pensino di noi i nostri avversari, ma se hanno dei dubbi sulla qualità del nostro calcio sono pronto a donare loro alcune cassette. È vero, i rossoneri a maggio non hanno ancora vinto una volta, ma hanno un’abitudine straordinaria a giocare questo genere di match. Io? A questo punto non posso più pensare a nulla, posso solo dire tre parole ai miei: enjoy the game. Sì, che se lo godano».