GUATELLI Ballata della vita povera

A Ozzano Taro 60mila oggetti raccontano com’era l’Italia prima del consumismo

Chiunque può rendersi conto che nello spirito che anima ogni collezionista c’è una dose di follia. Raccogliere per l’ossessione di ottenere una completezza che di solito è irraggiungibile. Aspirando ad avere l’opera intera di un autore o di un artista, gli esemplari più rari dei vasi dell’Attica o di Caltagirone, di Meissen o di Urbino. A monte c’è anche la rarità degli oggetti raccolti, l’antichità o la preziosità che corrisponde al loro valore. Le collezioni di Rodolfo II o quelle medicee erano dette «tesori».
Ma è molto più raro imbattersi in una collezione di oggetti apparentemente insignificanti. Anche se ora sono divenute più comuni le raccolte di quel che viene odiosamente chiamata la «cultura materiale»: dalla collezione di sassi e fossili del palazzo ideale del Facteur Cheval a Hauterives, celebrato da André Breton, al Museo Pitrè delle tradizioni popolari della Sicilia a Palermo, sino a quella di utensili contadini di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide. Non ha però confronti un museo così gremito di manufatti negletti (oltre sessantamila), ma perfettamente utili se non indispensabili nella loro serialità e varianti per capire la vita in tutte le sue infinite implicazioni e applicazioni, come il Museo di Ettore Guatelli, da lui allestito nella cascina del podere familiare di Ozzano Taro, una frazione di Collecchio, in provincia di Parma: unico al mondo! Anche se ormai, data la notorietà che ha raggiunto, ci sono molte spiegazioni su come è nato questo straordinario museo e su tutto ciò che vi è raccolto e assiepato tra le mura domestiche, dal pavimento al soffitto, lungo le scale, dal granaio ai più segreti recessi del fienile.
Ci si trova al cospetto di una sorta di «ballata» della vita povera raccontata attraverso una miriade sorprendente di manufatti, per il numero delle attività inventariate e che nel loro carattere umile e poetico, nelle anomalie e nell’ingegno fantasioso di ciascuno rivelano, come in un’onirica visione, la bellezza della tradizione del nostro recente passato: dai bigonci ai fusti, dalle botti ai barattoli di vetro pieni zeppi di rasoi, pennelli da barba, viti, bulloni e chiavi, dalle roncole ai coltelli, dalle tenaglie ai falcetti, dai triboli ai picconi, dalle scuri alle zappe, dai vasi da notte e da giorno agli erpici e ai giocattoli, dalle accette alle trappole per topi, alle lime e ai martelli, dalle forbici alle cesoie, all’occorrente per un calzolaio con centinaia di forme in legno, dalle logore scarpe rattoppate alle calze rammendate, struggenti reliquie dell’arte del rattoppo e del recupero nell’era che precedette il consumismo, dalle grattugie agli imbuti, dalle borracce ricavate dal guscio di una tartaruga ai topi essiccati rinvenuti fra i sacchi di frumento nei solai dei contadini, dai corredi ambulanti degli orsanti e degli scimmiari che si esibivano nelle piazze di paese ai lumi a petrolio e agli orologi, dalle forme dei dolci ai nidi di uccelli, ad ogni altro oggetto legato al lavoro dei campi, dalla semina al raccolto.
Ettore Guatelli (1921-2000), che per la salute cagionevole aveva abbandonato la mezzadria e, da autodidatta, era diventato maestro elementare, ha trascorso anni a raccogliere, a catalogare e a sistemare. Scegliendo e selezionando, accostando gli oggetti secondo un infallibile senso estetico e seguendo una vocazione che non si riesce neppure a comprendere da che cosa sia scaturita. Certo da bambino doveva raccogliere, in giro per la campagna, chiodi e ferri arrugginiti che nella sua fantasia assumevano la preziosità di materiali di estrema bellezza. Gli attrezzi poi, disposti con un ordine maniacale, raggiungono forme estetiche che solo i primitivi del Congo, della Nuova Guinea e delle Isole Salomone hanno conseguito; e certe decorazioni sembrano persino tatuaggi.
Guatelli doveva certamente soffrire dell’horror vacui che piaceva invece a Mallarmé quando contemplava la sua «page blanche seule évocatrice de tout». Lui invece sembra incontentabile nella sua vocazione a raccogliere tutti gli oggetti che doveva trovare presso i robivecchi, i rigattieri, nei mercatini, nei casolari, oltre ai residuati bellici come quegli elmetti tedeschi trasformati in mestoloni da pozzo nero. Al di là del suo talento collezionistico, Guatelli possedeva una genialità compositiva che riusciva anche a comporre accrocchi di pezzetti di legno delicatamente colorato o scolorito dal tempo e screpolato dall’umidità. E ha costruito questo universo come un grande giocattolo.
Il bellissimo libro edito da Skira che fa da catalogo alla casa-museo di Ettore Guatelli, curato da Catia Magni e Mario Turci, con contributi di Lucia Fornari Schianchi, Giorgio Cusatelli, Giorgio Soavi, Pietro Clemente e dello stesso Guatelli nell’accompagnare le suggestive fotografie di Enzo e Paolo Ragazzini, può dare un’idea molto precisa di quello che abbiamo cercato di descrivere.
IL MUSEO
Museo Guatelli a Ozzano

Taro (Collecchio), via Nazionale 130. Riapre il 1° marzo. Per informazioni www.museoguatelli.it.
IL LIBRO
Il Museo è qui. La natura umana delle cose. Il Museo Ettore Guatelli

di Ozzano Taro, a cura di Catia Magni

e Mario Turci, Skira, pagg. 238, euro 35.