La Gucci rifiuta la libertà: «Lavorare? Meglio la galera...»

di Cristiano Gatti

Raccontiamo ai nostri ragazzi che la libertà è l'unico bene necessario, prima ancora dell'acqua e dell'aria, perché senza acqua e senza aria si muore, ma senza libertà non si vive. É una delle poche certezze che ci restano: bisogna sempre crederlo ciecamente, bisogna battersi perché nessuno ci porti via il supremo bene.
Certo bisognerebbe sforzarsi di ripeterlo cocciutamente persino a Patrizia Reggiani, che invece ha tutta l'aria di dimostrare tranquillamente il contrario. Chiusa in galera dal '97, dov'è finita per l'omicidio dell'ex marito Maurizio Gucci, la signora ha già scontato metà dei ventisei anni di pena e avrebbe diritto a lasciare la cella durante il giorno, come definito dal regime di semilibertà.
Niente, non le interessa. Non lo chiede. E quando il giudice di sorveglianza le dice che sono pronti per lei due posti, in una palestra oppure in un ristorante, la detenuta storce il naso e cortesemente declina: «Sa, in vita mia non ho mai lavorato».
La galera è qui fuori, stanno meglio là dentro: la battuta circola per bar sport e panchine dei giardinetti, quando i compagnoni chiudono il loro convegno sugli squinternati tempi d'oggi.
Coltivano sempre lo stesso sogno finale, i grandi delusi: un giorno o l'altro faccio fuori qualcuno, così mi sbattono dentro e vado a godermela un po' anch'io, vitto e alloggio gratis, servito e riverito, senza grattacapi per la testa. É capitato a tutti di dire amenità del genere, ma nessuno le ha mai pensate davvero. Un conto è la battuta, un altro è scegliere lucidamente il destino senza futuro della sepolta viva.
É davvero troppo facile fare del sarcasmo sulla rinuncia di Patrizia Reggiani: poverina, lei, non ha mai lavorato in vita sua, e ti pare che debba cominciare proprio adesso, magari servendo tagliatelle in un ristorante, la signora Gucci, per tanti anni regina delle borsette e signora dei salotti...
Si può persino infierire sul comfort a cinque stelle che evidentemente il Grand Hotel San Vittore riserva ai suoi clienti vip, fingendo di dimenticare in quali condizioni subumane vivano i detenuti nel nostro sfasciatissimo sistema carcerario.
Ma una volta sbrigata la pratica del sarcasmo diventa veramente interessante - peggio: inquietante - pensare a quale livello di chiusura e di rinuncia possa arrivare un essere umano, quando abbia provato sulla propria pelle il fallimento del naufragio totale. Davvero Patrizia Reggiani è soltanto una donna viziata, una ragazzina mai cresciuta, così egocentrica e capricciosa da rifiutare l'umile e faticoso inizio di una nuova vita, certo un po' diversa dalla prima?
Raccontano che questa mosca bianca dei detenuti italiani, tanto eccentrica e controcorrente da risultare caso storico, si sia costruita in tutti questi anni dietro le sbarre un equilibrio particolare, come una bolla di vetro entro cui la vita vera non possa più penetrare. Non a caso le sue attenzioni sono tutte rivolte alle piante. Ultimamente anche a un furetto, benchè l'attuale sia già il secondo: il primo, di nome Bambi, se l'è ritrovato impiccato per mano di ignote detenute, che evidentemente non hanno una spiccata sensibilità, né per gli umani, né per gli animali.
Nonostante questo, donna Patrizia continua a preferire San Vittore. Per evitare i rischi della monotonia, sfrutta soltanto il permesso settimanale di dodici ore, concesso per andare dall'anziana mamma. Dodici ore, tanto le basta del mondo. Sei giorni di piante e di furetti, un giorno da figlia, nessuna ambizione di mettere mano a un qualsiasi progetto. Il lavoro, questo sconosciuto. «Sa, in vita mia non ho mai lavorato». Ha tutta l'aria della superbia, ma non può essere solo superbia.
Possono il lusso e le comodità assaporati in gioventù togliere dalla testa, ma soprattutto dall'anima, l'istinto primordiale della libertà? Può il lavoro risultare così pesante e sinistro, da farsi scartare a beneficio della galera? Si, può arrivare a tanto? La parabola personale di una donna che è comunque arrivata ad assoldare un killer per eliminare l'ex marito, che ha comunque già passato quattordici anni a San Vittore, che cioè ha già molto vissuto, sino allo sfinimento, questo dramma interiore merita rispetto e un'adeguata delicatezza.
Ma il caso è talmente eccezionale, così contro natura, da scatenare inevitabilmente le adeguate riflessioni.
Tante sono possibili, una può essere questa: se un essere umano, arrivato a una certa età, riesce a rifiutare la libertà, significa forse che in vita sua non l'ha mai conosciuta davvero.
Se l'ha conosciuta, certo non l'ha capita.