La guerra agli spiccioli

Questa monetina vale un centesimo ma ne costa tre. Ha l’anima d’acciaio e l’esterno è ricoperto di rame, un metallo prezioso che però la rende antieconomica. Il dischetto di rame <strong><a href="/a.pic1?ID=266521">non mette radici</a></strong> nel nostro cuore. Ecco i Paesi che vogliono <strong><a href="/a.pic1?ID=266374">mettere al bando le monetine</a></strong>

Due centesimi e mezzo più l’Iva del 20%. E fanno tre. È il costo vivo di un centesimo di euro, di quella monetina che gli uomini odiano perché bucano le tasche dei pantaloni e che gli anziani vorrebbero sparisse perché troppo piccolo e scomodo da maneggiare. Il centesimo ha il cuore d’acciaio ed è ricoperto del prezioso metallo rosso chiamato rame. Stessa lega anche per gli altri due soldini con cui litighiamo quotidianamente quando dobbiamo metter mano al portafogli. Ci riferiamo ai due centesimi, meno costosi per produzione, ma pur sempre antieconomici: 2,8 centesimi più Iva al pezzo. Va meglio per i 5 centesimi. Il costo vivo è di 3,3 centesimi e con l’Iva sfiora ma non supera il valore della moneta.
I costi di queste monetine sono ovviamente variabili e dipendono molto dal numero di pezzi prodotti. Quelli indicati nell’articolo si riferiscono a 74 milioni di pezzi per il centesimo, a 66 milioni di pezzi per i due centesimi, a 42 milioni di pezzi per i 5 centesimi. Partite modeste se si pensa per l’entrata in vigore dell’euro sono state utilizzate 250mila tonnellate di metallo per coniare circa 52 miliardi di monete, per un valore complessivo di 15,75 miliardi di euro.
Ma a scorrere le cifre viene da domandarsi come mai costa così tanto coniare un piccola moneta, dal diametro di 16,25 millimetri e dallo spessore di 1,36 millimetri? «C’è una serie di fattori da valutare – spiega Roberto Ganganelli – responsabile di Cronaca numismatica – a cominciare dalla materia prima il cui prezzo varia a seconda delle oscillazioni del mercato. E poi i costi vivi di lavorazione incidono moltissimo». Insomma, è normale che gli spiccioli costino più di quello che valgono. «Il loro scopo è quello di utilità nel mercato monetario – racconta l’esperto –: servono per comporre le cifre in maniera esatta quindi al centesimo di euro». Anche Daniele Terlizzese, direttore dell’ente per gli studi monetari e bancari Luigi Einaudi, sostiene che il costo dei centesimi non sia antieconomico. «Si usurano pochissimo al contrario delle banconote, la loro vita è infinita, si usano migliaia di volte e dunque si ripagano ampiamente». Saranno utili ma anche molto fastidiosi. Eliminarli? «Finché ci sono i centesimi – spiega Terlizzese - si è costretti a tenere i prezzi ancorati al valore di mercato. Nel momento in cui non ci saranno uno, due, cinque centesimi, si darà un’altra mano all’inflazione». Lo scenario futuro è ben diverso. «Un domani, per naturale evoluzione storica, l’euro tenderà a svalutarsi e i centesimi spariranno o saranno coniati per il piacere di pochi affezionati» prevede Ganganelli. Così come è avvenuto per le lire. «Fino al 2001, sono state coniate per i collezionisti le dieci, le venti lire e anche la lira, moneta che aveva corso legale». Anche le monete da due euro coniate a Montecarlo per la commemorazione di Grace Kelly si potrebbero spendere. Ma chi si usa una moneta che i collezionisti comprerebbero senza tentennamenti a 400 euro?