Alla guerra come all’amore, romanzo giovane non «giovanile»

Come ho perso la guerra (Fandango, pagg. 273, euro 14) è uno dei pochi buoni romanzi dell’ultima annata letteraria. L’autore, Filippo Bologna, trentunenne, è toscano, ma vive a Roma; la famiglia possiede un castello a San Casciano ai Bagni, e vaste e belle proprietà agricole, oltre a un complesso termale. Tutto ciò non ha potuto non far circolare nelle vene di questo scrittore giovane (ma estraneo a ogni ormai stantio giovanilismo stilistico) un filo di snobismo, che lo induce a scrivere in quarta di copertina: «Un nome e un destino. Era tutto quello che avevo quando sono venuto al mondo». Non era poco: quel nome e quel destino (tocchi ferro) gli hanno portato fortuna.
La qualità essenziale del libro è la straordinaria precisione, ricchezza e sicurezza, ma anche sommessa melodiosità dello stile, una scrittura moderna (cosa ci trova il promoter Nesi di antico, è un mistero), ma senza i lenocinii e i modernismi tanto di moda fra gli scrittori «giovani». C’è qualche non gradevole eco (nella sintassi più che nel lessico) delle scuole di scrittura creativa; ma i frequenti toscanismi risultano gradevoli. Le descrizioni dei paesaggi collinari o marini (deliziosi quelli dell’isola del Giglio con cale, calette, strapiombi ed erti sentieri), dei rapporti familiari, a volte conflittuali ma dignitosi, sono di inconsueta suggestione. C’è qua e là un eccesso di esuberanza, vicina alla prolissità, che deriva anche da un certo gusto dei paradossi («l’acqua più preziosa del petrolio») o dal rifrangersi di qualche giudizio in pieghe ed esemplificazioni che si incalzano una dopo l’altra. L’ombra di un gusto aristocratico, pur nello spirito «democratico» che aleggia in tutto il libro, induce Vanni, il protagonista, al fastidio ma non al disprezzo di ogni forma di grossolanità di comportamento diffusa a tutti i livelli sociali, ma soprattutto a quella della piccola e vociante borghesia turistica, e vacanziera.
Il libro ha inizio con una sorta di saga familiare, caratterizzata - con qualche inatteso compiacimento - da una via via decrescente ma sempre esplicita manifestazione di signorile superiorità, che in certi casi può diventare arroganza. Ma perfetta è la vicenda dei gemelli Fede e Vanni, con indoli contrapposte, e la tragedia della precoce morte di Fede, testimoniata con pur dolente compostezza. La parte più distesamente ma anche a volte meno attendibilmente raccontata, è quella che si articola nella «guerriglia» capeggiata da Vanni per difendere le sorgenti termali di famiglia dall’astuta e irrefrenabile iniziativa infine vittoriosa dell’imprenditore Ottone Gattai; ma pur nella vivacità e addirittura nella violenza delle situazioni, è proprio questa parte a risultare la meno felicemente espressiva, e forse, a momenti, persino (volutamente?) parodistica, anche se intrecciata alla splendida ma infine sfortunata storia d’amore del giovane protagonista con la deliziosa, sensualissima ma imprevedibile e spietata Lea, «donna del capo», che indurrà l’innamoratissimo Vanni a esprimere l’amarezza per l’abbandono di lei, con l’unico rancoroso e «classista» giudizio sul giovanotto, figlio del nemico Gattai, che la sposa drappeggiato in un tight perfetto, ma che a lui si addice «come la cravatta al maiale». Delle ultime dieci pagine, nelle quali si tenta di dar conto della conclusione di tutte le singole vicende, si poteva fare a meno.