È GUERRA: ALTRI 90 MORTI

Luciano Gulli

nostro inviato a Sharm el Sheikh

Queste scene ormai si somigliano tutte. Ma ogni volta il malessere si rinnova, come la prima volta. Cammini su un tappeto di vetri rotti, di detriti, di ferri contorti, e non sai che fare, dove andare, che cosa domandare. E se ti guardi intorno, e incontri lo sguardo di qualcuno, ci vedi lo stesso malessere, lo stesso smarrimento. Non ti viene neanche voglia di prendere appunti sul quaderno. Lo sai già quel che vedrai. A Londra era una scarpa di donna insanguinata, una borsa della spesa sventrata, con il melone spiaccicato contro un sedile dell'autobus numero 30, un quaderno con i colori dell'Arsenal in copertina. A Sharm l'orrore però è diverso. Perché qui il fermo-immagine non è quello di una qualsiasi giornata di lavoro. Qui vedi costumi da bagno lacerati, zoccoli con un fiocchetto di raso anneriti, barattoli di crema solare esplosi, teli da bagno da cui spunta una gamba spezzata, abiti leggeri, colorati, da donna, buoni per pavoneggiarcisi in discoteca.
Stavolta, gli untori che si credono benedetti dal Profeta hanno aspettato che gli alberghi sulla costa si riempissero ben bene. Poi devono essersi detti che forse valeva la pena aspettare ancora qualche giorno, visto che si avvicinava l'anniversario della rivoluzione degli «ufficiali liberi» guidati da Nasser il 23 luglio 1952. E poiché, guarda caso, il 23 era anche il giorno in cui Hosni Mubarak avrebbe dovuto annunciare la sua candidatura, la quinta, alle presidenziali di settembre, l'occasione sembrava irripetibile, unica.
Gli obiettivi erano almeno tre, e sono stati colti in pieno con la solita, irridente facilità in una manciata di minuti, al culmine di una notte di luna piena che rischiarava le spiagge, i caffè e i ristoranti di Sharm ancora colmi di vita, di musica, di brio. Si voleva assestare una mazzata alla principale risorsa economica del Paese, il turismo, proiettando l'Egitto al primo posto nella funerea classifica dei posti più pericolosi al mondo per chi cerca solo svago e relax. Battere il ferro degli attentati, dopo quelli di Londra, per spaventare, per aggiungere sgomento a sgomento nell'opinione pubblica europea. E ricavarne, chissà, nuove ondate di sollevazione popolare contro la presenza occidentale in Irak, come gli riuscì a Madrid. Punire infine Mubarak, il «tiranno egiziano», come è stato definito in una rivendicazione via web: punirlo per il suo allineamento agli Usa e la sua «pace blasfema» con Israele.
Bastano due kamikaze, e una bomba ben collocata tra i due alberghi più frequentati di Sharm, meta sognata da milioni di turisti, per cogliere nel segno.
A Taba, il 7 ottobre dello scorso anno, ne ammazzarono 34. Stavolta i morti sono 90, dico solo quelli che han contato nel momento in cui scrivo. E duecento i feriti.
Raccontano che la prima autobomba è esplosa nel suk della vecchia Sharm, accanto a un caffè frequentato prevalentemente da egiziani. Chiacchiere, risate, tè bollenti, narghilè, occhiate languide alle turiste in short. E in un lampo, come una bocca di vulcano che si apre per strada. I primi 17 morti si sono contati qui. Quasi contemporaneamente, un altro kamikaze si è lanciato, abbattendola, contro la sbarra che chiude l'ingresso alle auto del Ghazala Gardens andando a finire la sua corsa al tritolo contro l'atrio dell'albergo. Ancora un minuto, e una terza esplosione sconquassa il parcheggio dell'hotel Moevenpick. Il tutto nel raggio di quattro chilometri, nella fascinosa Naama Bay dei negozi, dei caffè, dei locali notturni e dello struscio serale, quando la calura molla la presa.
È passata da poco l'una del mattino (mezzanotte in Italia) quando l'orrore va in scena. «Ho visto come una palla di fuoco volare sulla mia testa come un siluro», racconta Mursi Gaber, che era sulla spiaggia davanti al Ghazala ed è fuggito inorridito davanti ai resti umani che volavano dai balconi dell’hotel, rotolavano sui gradini dell'ingresso e puntavano verso di lui, impietrito con gli occhi sbarrati. Negli alberghi ci sono inglesi, russi, olandesi, sauditi, tedeschi. Ma la Morte islamica si sa com'è: piuttosto democratica, non guarda in faccia nessuno. Fra i morti c'è anche un italiano. Si chiamava Sebastiano Conti, aveva 34 anni, lavorava in un centro commerciale del catanese. Con lui c'era la moglia Daniela, suo fratello Giovanni, operatore dell'emittente televisiva di Acireale Rei-Tv, e la fidanzata di quest'ultimo, Rita Privitera, giornalista della stessa emittente. Sebastiano l'hanno trovato subito. Degli altri tre non c'è traccia, finora. E solo la pietas, la speranza del miracolo ci invogliano a parlare di «dispersi».
Il fantasma del Ghazala, quel che ne resta dopo che la facciata è sparita di netto, accartocciandosi su se stessa, biancheggia ora come un ossario dietro un sipario di gelsomini e di bouganvillee. «Caffè da Giorgio-gelato italiano e pizza al taglio», recita allegra un'insegna sullo sfondo delle macerie che ingombrano la strada. Ma Giorgio, stasera, è uno dei tanti lavoratori di Sharm - decine di migliaia, gli egiziani che ci campano la famiglia - che si domandano come sarà il futuro, e se il turismo, qui, non si sia sparato una rivoltellata alla testa».
Sabina Salvatore, istruttrice sub, era in barca. «Ho visto la vecchia Sharm tra le fiamme, poi la vampata del Ghazala. E poi, dopo qualche secondo, le urla agghiaccianti dei feriti».
La rivendicazione, puntuale, arriva su un sito islamico, come d'abitudine. Brigate «Abdullah Azzam in Siria e in Egitto», è la firma. «L'operazione - dice il testo, disperatamente identico a quelli letti tante volte - è una risposta alle forze del male che hanno versato il sangue dei musulmani in Irak», eccetera; e i «crociati e i sionisti», naturalmente; e, eccetera, «del tiranno egiziano e di tutti quelli che angariano i nostri fratelli nel Sinai».
Nell'ospedale di Sharm i feriti non ci stanno tutti. I guanti in lattice sono finiti. Qualcuno va nelle cucine, indossa i guanti gialli dei lavapiatti, c'è da fare in fretta se si vuol salvare qualche vita. I più gravi vengono trasportati in Israele, al Cairo. Nell'ospedalino di Sharm, infuriato come un toro, compare anche il presidente Mubarak. «Un atto vile, criminale - sibila - che accrescerà la nostra determinazione nella lotta al terrorismo. Li braccheremo, li stringeremo in un angolo e li sradicheremo». E ieri sera le prime retate di estremisti islamici nella zona: la polizia egiziana ha dichiarato di aver effettuato 35 arresti. Ma nessuna conferma che siano coinvolti negli attentati
Luciano Gulli