La guerra tra buoni e cattivi ora si combatte con i canali

Qui l’Atlantico, lì il Pacifico, in mezzo Panama, una linea di terra spezzata da un canale, che da un secolo permette alle acque di confondersi. Solo che se l’uomo riesce a cambiare la geografia, non è mai riuscito davvero a cambiare la propria testa. Quella che doveva essere una via di comunicazione, un miracolo degno di Mosè, sta diventando un muro. Usa e Europa da una parte, una strana coalizione di canaglie e nuovi ricchi dall’altra. L’Occidente e i suoi nemici, che questa volta sono Cina, Iran, Venezuela, Russia. È una questione di soldi, di navi, di merci e di potere. Ognuno difende le proprie sponde e cerca di contenere le altre. Tutti vogliono avere un posto al sole sulle spiagge dell’istmo. A dirigere il traffico c’è Panama, con un presidente «berlusconiano», Ricardo Martinelli, e i grandi lavori per ampliare il canale che ormai fatica a non ingolfarsi. Troppe navi. In questo gioco c’è anche un pezzo d’Italia, l’Impregilo che insieme con la spagnola Sacyr Vallehermoso si è aggiudicata l’appalto.
La guerra dei due mondi ora rispolvera un vecchio progetto del 1800 che non è mai stato dimenticato del tutto: costruire il canale di Nicaragua al posto del vecchio canale di Panama. Sbaragliare la concorrenza, superare gli odiati americani, sorprendere la vecchia Europa. L’impresa, allora, sembrava impossibile. Oggi no. Oggi ci sono gli investitori, gli interessi, il progetto. Se ne parlò già nel ’70 quando Panama iniziava ad avere problemi di sovraffollamento e superpetroliere troppo ingombranti. L’alternativa era Nicaragua, ma gli Stati Uniti dissero no. Quarant’anni dopo, il Paese risorge grazie agli interessi di Chavez e di Ahmadinejad, ai soldi dei cinesi e dei russi. Così Caracas potrebbe esportare il petrolio in Cina anziché negli Stati Uniti, l’Iran avrebbe una base strategica nella regione e la Russia avrebbe un collegamento facile e diretto con i pozzi di petrolio appena scoperti a Cuba.
Sandinisti, bolivariani, pasdaran, tutti uniti per studiare la zona, rispolverare cartine geografiche, sondare terreni. San Juan, il fiume al confine tra il Nicaragua e Costa Rica potrebbe essere la soluzione. È lì che infatti passerà il canale. Ed è lì che i Sandinisti hanno occupato un’isolotto al centro del fiume e hanno issato una bandiera del Nicaragua. La Costa Rica ha subito chiesto l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani e ha rivendicato il suo confine che le cartine di Google map avevano erroneamente spostato. Managua all’inizio ha scaricato la responsabilità sul sito che si è scusato: «Errore nostro, correggiamo subito». Le Figaro in prima pagina ieri titolava: «Google Map semina zizzania». Il caso San Juan resta aperto e resta da decidere a chi appartiene. Intanto l’offensiva è partita.
I sandinisti si sentono forti, sono spalleggiati dai bolivariani di Chàvez, e soprattutto sanno che la Costa Rica è debole. Dal 1948 il Paese non ha un esercito, e per arginare gli attacchi può fare affidamento solo sulla polizia. Visto in prospettiva, il blitz, con un canale di mezzo da costruire, fa più paura. In mezzo c’è l’idea di un investimento in chiave antiamericana.
Neppure i governi di sinistra del Mercosur, a partire dal Brasile di Lula, danno ragione agli occupanti. Ortega batte i piedi e minaccia di lasciare il Mercosur. Il Nicaragua è isolato e guarda altrove. È dal 2009 che il Paese giura che la Russia è pronta a investire nel progetto da 18 miliardi. E non è un mistero che i rapporti tra Nicaragua e Russia siano sempre più stretti. Soprattutto da quando il governo di Managua ha riconosciuto l’indipendenza di Abkhazia e l’Ossetia dalla Georgia.
Contro gli americani, Nicaragua è la scelta migliore. Lo sa Chàvez che da anni sogna di «Lasciare a secco gli americani imperialisti». Una minaccia che sapeva di finto; c’era Panama con cui fare i conti. Oggi invece il gioco si fa duro. Il tappo è saltato, un’altra rotta è possibile. Si vedono cinesi insieme a sandinisti che esplorano possibili tracciati, e si vedono pasdaran che corrono a Teheran a fare resoconti sempre più dettagliati e sempre più ottimistici. E la guerra dei due canali torna a spaccare il mondo.