La guerra in Caucaso lancia McCain "In America siamo tutti georgiani"

La politica estera accende la campagna elettorale negli Stati Uniti: il falco repubblicano cavalca la crisi in Ossezia mentre "l'inesperto" Obama perde consensi

Washington - La fase, forse, risolutiva della guerra caucasica ha trovato John McCain in giacca, cravatta e microfono in pugno, lanciato nella campagna elettorale a gridare «siamo tutti georgiani»; e Barack Obama in abito informale da qualche parte alle Hawaii. Il destino non poteva essere più «cinico e baro»: perché le Hawaii dell'immagine popolare significano vacanza e non tutti sanno che Obama ci è nato e quindi fa parte del suo dovere di candidato.
Ma tutta la crisi imperniata sulla Georgia sembra avere avuto un vincitore e uno sconfitto abbastanza ben delineati. Non Mikhail Saakashvili, forse neppure Vladimir Putin, non si sa se George Bush; probabilmente Nicolas Sarkozy ne ha guadagnato, ma mai come John McCain; e nessuno rischia di rimetterci, non per sua colpa, come Barack Obama.

Il vecchio candidato repubblicano è balzato sopra la crisi e le bombe le ha sganciate contro l'avversario democratico: inesperto e impreparato. Quando poi Obama ha parlato non ha detto cose dissimili da McCain: è stato anzi molto duro nei confronti della Russia, probabilmente di più di quanto non sia stato lo stesso Bush, su cui pesano in questi giorni più del solito responsabilità planetarie. Barack può preoccuparsi meno delle conseguenze di quel che dice e ha fatto proprie se non le parole, le tesi dei «falchi» nei confronti di Putin e dei suoi. Ma non è riuscito, e non avrebbe potuto, tenere il passo di McCain, che ai giudizi drastici ci è abituato (è l'uomo che, richiesto di recente di un consiglio su come agire con l'Iran, ha risposto semplicemente «bomb, bomb, bomb») e che non è eguagliato da nessuno nella fermezza contro la Russia, che aveva già proposto di «buttar fuori» dal G8 e tener fuori dagli organismi economici e internazionali.

Gli avvenimenti più recenti non fanno che confermarlo in queste vedute e probabilmente renderle accette a un maggior numero di compatrioti e di elettori. Nell'opinione pubblica americana la Guerra Fredda ha lasciato, comprensibilmente, ricordi tenaci e la convinzione istintiva di Bush al suo primo incontro con Putin, quella di averlo guardato negli occhi e di essersi convinto della sua sincerità, non è certamente maggioritaria. Piace di più, soprattutto in questi giorni di crisi, l'intuizione di McCain, che è sostanzialmente opposta. L'occasione per ribadirla era veramente d'oro per il candidato repubblicano, al di là degli eventi del Caucaso: fin dall'inizio egli proietta di se stesso l'immagine di un «presidente di guerra», di uno che di queste cose è competente e in più ci è abituato.

Per Obama, invece, la congiuntura è così sfavorevole che potrebbe addirittura risultare decisiva. Egli è il candidato delle trattative, non dei confronti duri. È l'uomo che ha detto no fin dal primo giorno alla guerra in Irak. I più ritengono che egli avesse in questo ragione, ma anche che il suo carattere non è il più adatto a certi tipi di emergenza. I repubblicani non mancano di fare di tutto per aumentare la presa di questa caratterizzazione e non hanno neanche dovuto fare grandi sforzi per esprimerlo: l'arma era già pronta. L'aveva forgiata, naturalmente per sé, Hillary Clinton con il famoso spot della telefonata alle tre di notte, l'annuncio di emergenza che viene dal centralino della Casa Bianca e mette alla prova i riflessi di un presidente. Il senatore Clinton non ne ha fruito, il senatore McCain ne raccoglie i frutti.

Un recente sondaggio conferma che gli americani vedono meglio lui che Obama come gestore di una crisi internazionale e bellica. C'è da stupirsi, semmai, che il margine di questa preferenza non sia più netto: 9 punti di vantaggio, che non sono pochi ma potrebbero essere di più. Anche perché sull'altro fronte, quello della gestione dell'economia, il vantaggio di Obama è più che doppio: 19 per cento in più. L'economia è certo la maggiore preoccupazione di fondo degli americani, ma eventi come quello in Georgia possono farla passare, almeno temporaneamente, in secondo piano. E scavare più a fondo quell'immagine di Obama come idealista, inesperto, «ragazzo» che per di più quando scoppia una guerra va in «vacanza» alle Hawaii.