Guerra civile all'ombra di Walter

Qualche pensiero va fatto sul passato di Riccardo Villari che è stato, nel suo accidentato percorso, dirigente dell’Udeur. Mastella gli aveva affidato la segreteria regionale della Campania, che non è poco: lo copre tuttora di elogi e vuole dargli buoni consigli. I buoni consigli di Mastella sono evidenti: caro Riccardo, resta al tuo posto, non seguire il mio esempio, non dare le dimissioni. Qui chi si dimette è perduto. Mastella pensa quello che dicono i sardi: la vendetta è un piatto che si serve freddo.

Quale è però lo sfondo su cui si disegna la rivincita di Mastella? Tutto sta nei due voti aggiunti a quelli della maggioranza per fare di Villari il presidente della Vigilanza. Tra cui spicca il voto del «doppio» di D’Alema che è il senatore Latorre. E allora diciamo la verità vera: il Pd è in condizioni di guerra civile. E per di più una guerra civile senza soluzioni perché nessuno può fare a meno dell’altro. Veltroni ha ormai disegnato la sua linea che è quella di non porre confini a sinistra. E ciò lo spinge ad accettare non solo Fausto Bertinotti e Nichi Vendola, cioè gli spezzoni di Rifondazione comunista, ma anche l’emergente Antonio Di Pietro, che unisce la sinistra della destra e la destra della sinistra: una combinazione che fu all’origine nel 1919 e nel 1920 del movimento di Mussolini.

Queste connessioni non sono affatto rare, avvennero anche in Francia negli anni Trenta. E in Abruzzo Veltroni ha scelto di giocare come proprio, contro la memoria del socialista Del Turco, il candidato già indicato dall’Italia dei Valori. Non a caso i socialisti come nemico storico appartengono sia alla tradizione fascista che a quella comunista. Veltroni non ha una linea, è come spinto dalle cose, lo si è visto nel modo in cui ha cavalcato la protesta delle corporazioni universitarie di professori e di studenti. I sondaggi dicono che Di Pietro va forte, che è l’unico soggetto che può contrapporsi alla maggioranza e fare invidia nella violenza del linguaggio anche a Umberto Bossi. D’Alema e Marini, che avevano voluto liberarsi da Prodi e dall’Unione scegliendo Veltroni come segretario del Pd e determinando la caduta del governo di sinistra, si trovano ora dinanzi al male maggiore. Il supposto candidato riformista è divenuto candidato della protesta e della piazza.

Non si può lasciare che Veltroni corra verso le elezioni abruzzesi senza dare all’elettorato un segno che il Pd è altra cosa da Di Pietro. E così si comprende lo sgarro di Latorre, persino il pizzino dato a Italo Bocchino contro il rappresentante dell’Idv. Insomma i segnali di una distinzione da Veltroni vengono dati nel cuore del rapporto tra Pd e Idv: la Vigilanza Rai. I «moderati» del Pd hanno usato l’unico potere di cui dispongono: il diritto di veto. Se volessero essere alternativi a Veltroni, dovrebbero accettare un nemico a sinistra e rompere con Di Pietro e i residui dell’antagonismo.

La loro debolezza è tale che hanno dovuto usare per insidiare l’alleanza di Veltroni con Di Pietro la zampa di gatto dell’uomo di Mastella. Ed ora i dalemiani e i mariniani sperano che Villari rimanga e che la linea antiberlusconiana di Veltroni e di Di Pietro appaia come impotente. L’uomo di Mastella in Vigilanza Rai è una sconfessione di Veltroni che di più non si può. E così continua la guerra civile tra veltroniani e dalemiani. Potrebbe ricordare quella tra riformisti e massimalisti del socialismo italiano, ma non ha quel livello morale e culturale. È solo una lotta tra postcomunisti che non si rassegnano al destino che li attende: quello di rimanere insieme senza divenire alternativi. La salvezza sarebbe nella scissione. Ma i postcomunisti e i postdemocristiani non hanno il coraggio di accettare un minimo di verità rispetto a una unità che è divenuta una trappola per topi. bagetbozzo@ragionpolitica.it