La guerra civile del conte Carlo Sforza

Dobbiamo essere grati ad Aldo Pezzana, presidente emerito del Consiglio di Stato. Perché il suo saggio dedicato a Il Senato del Regno dal 1922 al 1946 (Bastogi, pagg. 222, euro 15) sfata diverse favole metropolitane. I libri di Giampaolo Pansa hanno suscitato scandalo tra i ben pensanti (si fa per dire) anche perché ha parlato di guerra civile ai tempi in cui, tra il 1943 e il 1945, l’Italia fu spaccata in due. Di qua il Regno del Sud e la Resistenza al Nord, di là la Repubblica sociale italiana. Poi è stato detto che, dopo tutto, Pansa era in buona compagnia. Difatti uno storico di sinistra come Claudio Pavone nel 1995 aveva scritto un libro intitolato per l’appunto Guerra civile. Ma il copyright non è né dell’uno né dell’altro. Perché il primo a parlarne fu un personaggio non sospetto come il conte Carlo Sforza.
Allo Sforza, nominato alto commissario dell’epurazione il 27 luglio ’44, venne affidato il compito di promuovere i giudizi di decadenza dei senatori. E non perse tempo. Già il 7 agosto scrisse una lettera al presidente dell’Alta Corte di Giustizia, Ettore Casati, proponendo la decadenza di ben 307 senatori: una carneficina. Nella lettera precisò che erano degni di decadenza, tra gli altri, i senatori (in verità assai pochi) che avevano aderito «al Governo di tradimento nazionale e di guerra civile». La paternità di tale espressione spetta dunque all’inflessibile Sforza. Che nel ’38 un fascista duro e puro come il senatore fiorentino Dino Perrone Compagni propose di espellere dal Senato per la sua azione politica antifascista che svolgeva all’estero. Ma il presidente di Palazzo Madama, Luigi Federzoni, ritenne la proposta così eccentrica da non porla neppure in votazione.
Siamo in Italia e la situazione di regola è grave ma non è seria. Con l’istituzione dell’Alta Corte di Giustizia si verifica il bel caso di ex fascisti che giudicano ex fascisti. E lo stesso presidente del Consiglio Badoglio rischiò di finire nel tritacarne e fu risparmiato solo grazie all’intervento degli inglesi, che con gli americani nel Regno del Sud facevano il bello e il cattivo tempo. I provvedimenti dell’Alta Corte non erano impugnabili ma furono cancellati dalla Corte di cassazione grazie a un cavillo: giudicò quelle sentenze inesistenti. Insomma, si può dire che abbiamo avuto due fascismi: quello dei fascisti e quello degli antifascisti. Entrambi illiberali.
Ma questa monografia di Pezzana sottolinea anche che il regime fascista fu sì autoritario, ma all’italiana. Con il risultato che il dissenso era talora tollerato. Basti ricordare che ancora nel ’41 erano una quarantina i senatori afascisti o antifascisti e che durante la Repubblica sociale Mussolini non perseguitò i 63 senatori che il 22 luglio ’43 anticiparono l’ordine del giorno Grandi sottoscrivendo un documento che auspicava che governo e popolo «si stringessero unanimi intorno alla sacra Persona del Re Imperatore». Ma la tolleranza sta alla democrazia come la scimmia all’uomo.
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