GUERRA CIVILE DIETRO L’ANGOLO

Con l’assassinio di Pierre Gemayel, il ministro cristiano dell’Industria nel governo di Beirut, i mandanti di questo crimine hanno portato a un livello esplosivo un processo di violenza intercomunitaria che covava sotto le ceneri da oltre un anno.
Questo assassinio è anzitutto il quinto di una serie che per molti esprime la rabbia vendicativa del regime di Damasco per essere stato obbligato ad evacuare il Libano a seguito dell’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri nel febbraio 2005. Ad esso infatti è seguita l’«esecuzione» dell’influente giornalista Samir Kassir, del dirigente del Partito comunista George Hawi, del deputato-giornalista Gebran Tweni, tutti cristiani ferocemente antisiriani. In secondo luogo, Pierre Gemayel era l’astro nascente della minoranza cristiana maronita che, con la Falange cristiana fondata dal nonno farmacista alla fine degli anni ’30, aveva non solo dato al Paese due presidenti (lo zio Bashir Gemayel, assassinato dai siriani nel 1982, e il padre Amin, presidente dal 1982 al 1988) ma rappresentava la sola organizzazione armata cristiana di una certa consistenza. In terzo luogo, la pronta smentita di Damasco di aver parte in questo assassinio appare una volta tanto sincera. La Siria non ha alcun interesse a far precipitare la situazione in Libano, dal momento che sta trattando con gli Stati Uniti, l’Iran e l’Irak per contribuire allo sblocco della crisi irachena.
Chi aveva dunque interesse a questa eliminazione? È facile puntare il dito contro gli hezbollah, che sono la sola reale forza militare indigena, e che da una guerra civile potrebbero trarre dei vantaggi, obbligando il debole governo di Seniora a patteggiare con loro per la creazione di un governo di unione nazionale pro-siriano e pro-iraniano. Tuttavia è probabile invece che si tratti di un delitto settario tra cristiani. Non solo perché Gemayel è stato ucciso nel cuore del quartiere cristiano di Jdeideh, a Beirut, suo feudo elettorale. Ma anche perché i suoi veri nemici sono due personaggi cristiani notoriamente legati alla Siria, il presidente del Libano Lahud e l’ex generale Aum che, dopo aver combattuto i siriani, si è alleato con gli hezbollah nella speranza di succedere a Lahud come presidente.
Questo groviglio di interessi e ambizioni personali potrebbe avere tre risvolti gravi. Il primo è che l’attuale tensione possa sfociare in una nuova guerra civile, trasformando una volta di più il Libano in un campo di battaglia per tutti gli interessi contrastanti regionali. Il secondo potrebbe essere il coinvolgimento della forza internazionale, di cui il contingente italiano prenderà prossimamente il comando. È ovvio che questa forza di interposizione fra Israele e gli hezbollah, farà il possibile per tenersi fuori dalle «beghe» locali. Ma se è già difficile barcamenarsi tra Israele e gli hezbollah, più difficile sarà farlo tra fazioni locali in lotta in un Paese con un legittimo, ma debolissimo governo. Infine c’è il risvolto di Gaza, e la questione palestinese, dove Italia, Spagna e Francia sarebbero favorevoli all’invio di un’altra forza di interposizione a cui Israele invece si oppone, mentre i palestinesi ne sono entusiasti. Ma è proprio il pericolo della «libanizzazione» della Palestina che dovrebbe invitare alla prudenza in Libano, dove la debolezza del governo locale in caso di crisi o in caso di guerra civile permetterebbe a tutte le «masse» armate di prosperare nell’anarchia.
Evitare che il Libano si trasformi in una seconda Gaza - non che Gaza diventi un Libano - dovrebbe essere l’interesse superiore di ogni avveduta diplomazia.