La guerra civile è finita ma la stabilità è lontana

Gli sconfitti puntano alla guerriglia. Necessario l’arrivo di una forza di pace

Le milizie delle Corti Islamiche, compresi i volontari stranieri, sono ufficialmente in fuga verso il confine con il Kenia, con le forze di sicurezza keniote ben decise ad evitare che trovino rifugio oltreconfine. Ma la sfida per il controllo della Somalia è tutt’altro che decisa. Il repentino rovesciamento di una situazione che poche settimane fa vedeva il governo di transizione sull’orlo della disfatta è avvenuto solo grazie al pesante intervento etiopico, ma nulla garantisce che i combattenti islamici tornino alla riscossa quando i soldati di Addis Abeba si saranno ritirati.
Certo le Corti sono state costrette ad una rovinosa ritirata e immediatamente, secondo gli usi locali, moltitudini di banditi e miliziani hanno abbandonato i perdenti per schierarsi con i più forti, salvo cambiare nuovamente bandiera in futuro. Il presidente somalo parla ora di disarmo, anche forzato, ma non ha né il consenso politico, né la forza per realizzarlo. A Mogadiscio chi ha un fucile se lo tiene, tanto più visto che la componente militare delle Corti Islamiche è battuta, non annientata, e può tranquillamente «dissolversi» nel territorio, in zone dove le forze regolari (si fa per dire) non si sono mai spinte, leccare le ferite, ricevere nuovi aiuti dai sostenitori islamici e poi tornare in azione qualora la situazione politica lo consenta.
Per evitare una nuova crisi urge l’intervento di una forza di stabilizzazione internazionale che garantisca una cornice minima di sicurezza almeno nei centri urbani principali, nei porti e negli aeroporti, per consentire una parallela opera di ricostruzione economica ed infrastrutturale. Per ora però si parla solo di una forza dell’Unione africana di 8mila uomini, approvata a settembre 2006 e che ha avuto il placet dell’Onu a dicembre. Si tratta evidentemente di ben poca cosa, basta pensare a quali forze impegnò, con scarsi risultati, l’Onu in Somalia qualche lustro fa. E allora la situazione era meno disastrosa. È vero che, proprio perché la catastrofe è totale, anche contingenti modesti, per qualità e quantità, possono risultare decisivi. Ma questo vale solo nel breve periodo. Per dare una speranza alla Somalia occorre comunque che la forza dell’Ua sia schierata in fretta e magari per qualche tempo lavori insieme e non in sostituzione delle truppe etiopiche. La comunità internazionale però dovrà fornire massiccio appoggio logistico e finanziario, provvedendo alla creazione e preparazione di forze di sicurezza locali con una capacità almeno decente. Non c’è invece nessun Paese occidentale disposto a farsi coinvolgere con un intervento militare diretto significativo. Ed in effetti è meglio evitare avventurismi militari se non si è pronti ad andare fino in fondo, pagandone il prezzo.