«Una guerra civile in Irak non finirebbe mai»

Fausto Biloslavo

«Se in questo Paese scoppiasse una guerra civile non finirebbe mai», ha detto ieri il ministro della Difesa, Saadoun al-Dulaimi, dichiarando di essere pronto a schierare i carri armati nelle strade per fermare le violenze fra sciiti e sunniti. Autobomba, vendette sui civili e addirittura sparatorie ai funerali hanno segnato un’altra giornata nera per l’Irak, a quattro giorni dall’attentato alla moschea sciita Al Askary di Samarra, che ha scatenato una catena di vendette e ritorsioni.
Ieri è esplosa un’autobomba a Karbala, città santa degli sciiti, provocando otto morti e 25 feriti. Il terrorista, che sarebbe stato arrestato con il radiocomando ancora in mano dopo aver provocato la strage, voleva portare l’autobomba vicino alle moschee sacre della città, che ospitano le tombe dei nipoti di Maometto. Le ingenti misure di sicurezza lo hanno costretto a far esplodere l’auto in periferia.
Nella zona sud di Bagdad, durante la notte tra venerdì e sabato, miliziani vestiti di nero, come i seguaci di Moqtada al Sadr, il piccolo Khomeini iracheno, hanno preso d’assalto due moschee sunnite. La polizia ha inviato sul posto alcune unità dei corpi speciali, ma i sunniti che difendevano i luoghi sacri avrebbero sparato sia contro gli agenti sia contro i miliziani. Inizialmente sembrava che fossero stati ritrovati i cadaveri di 14 poliziotti, ma poi gli americani hanno detto che si trattava solo di due corpi.
Nella capitale non è stato risparmiato neppure il corteo funebre della giornalista Atwar Bahjat, della televisione satellitare Al Arabya, uccisa mercoledì dopo aver riferito in diretta dell’attentato di Samarra. Uomini armati hanno assalito il corteo, che era scortato dalla polizia. Inizialmente sono stati respinti dalla scorta, ma poco dopo sul ciglio della strada è esploso un ordigno, che ha investito un mezzo della polizia irachena. Alla fine sembra che miliziani sunniti e unità dell’esercito siano dovuti andare a recuperare al cimitero personalità e giornalisti, rimasti bloccati dagli scontri. Almeno cinque, tra poliziotti e militari, sarebbero morti, e una decina sono rimasti feriti.
Sempre a Bagdad è stata attaccata l’abitazione di Harith al Dari, la massima autorità spirituale del Consiglio degli ulema, i religiosi sunniti. Da automobili simili a quelle utilizzate dal personale del minisetro degli Interni sono scesi uomini armati, che hanno sparato a raffica sull’abitazione del religioso. Le guardie del corpo hanno risposto al fuoco dando vita a una vera e propria battaglia. Subito dopo il rappresentante degli ulema, intervistato da Al Arabya, ha denunciato che in Irak «c’è in ballo una guerra civile dichiarata da una parte sola», ovvero dagli sciiti. A Baquaba, una cittadina mista a nordest della capitale, invece, i sunniti hanno trucidato 12 contadini di una famiglia sciita che viveva in un loro quartiere. Il ministro della Difesa iracheno, il sunnita Saadoun al-Dulaimi, non ha avuto peli sulla lingua: «Siamo pronti a mandare in strada i mezzi blindati. Abbiamo una divisione corazzata e agiremo non appena il primo ministro ci darà l’ordine». Il coprifuoco, a Bagdad e in tre province a rischio, sarà esteso a oggi, e i veicoli civili non potranno circolare fino alle sei del mattino di domani, per evitare il pericolo di attentati kamikaze con autobomba. Al Dulaimi ha però ridimensionato le violenze precisando in 119 il numero delle vittime negli ultimi quattro giorni, e non 200, come aveva riferito la polizia. Inoltre sono 21 e non 51 le moschee attaccate dall’inizio della crisi.
Uno spirgalio positivo si è aperto ieri, quando il Fronte iracheno di concordia, la principale alleanza politica sunnita del Parlamento, ha annunciato che sta riconsiderando la possibilità di riprendere le trattative con sciiti e curdi per la formazione del nuovo governo in seguito alle elezioni del 15 dicembre. In serata sono ricominciate le consultazioni per un esecutivo di unità nazionale. Non solo: religiosi sciiti e sunniti si sono accordati per intimare alle rispettive milizie di sospendere le rappresaglie.
Sulla questione è intervenuto anche il presidente americano George W. Bush con una serie di telefonate ai maggiori leader iracheni, a cominciare dal primo ministro Ibrahim Al Jafaari, chiedendo di fare di tutto per fermare le violenze e la pericolosa deriva verso la guerra civile. Il capo della Casa Bianca ha chiamato anche il presidente Jalal Talabani, di etnia curda, e il capo dello Sciri, uno dei più forti partiti religiosi sciiti, Abdul-Aziz al Hakim.